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Monica, la mia amante, festeggia il suo venticinquesimo compleanno.
Lavoriamo a stretto contatto di gomito, nello stesso reparto di chirurgia generale.
Incrociandola nello spogliatoio, prima di prendere servizio, le ho promesso che esaudirò ogni suo desiderio.
Se le nostre colleghe di lavoro venissero a conoscenza del rapporto affettivo che ci lega ne resterebbero scandalizzate, perché la gente giudica indecente il legame d'amore che s'instaura fra due donne, ma non è facile, per chiunque, vivere liberamente la propria omosessualità senza subire condizionamenti di sorta.
Il sesso nel nostro rapporto non è tutto e nemmeno lo è il sentimento d'amore che nutriamo una per l'altra.
Monica è davvero speciale.
La primitiva attrazione che ho avvertito nei suoi confronti fin dall'inizio della nostra relazione è andata vieppiù trasformandosi in passione ed ora non mi da più pace.
Prima di lei ho avuto altre storie, altri amori, ma nessun'altra compagna di letto ha saputo appagare i miei sensi come a fatto lei.
Il dominio che esercita su di me non è solo fisico, ma soprattutto morale e intellettuale.
Mi ha resa sua schiava e sono compiaciuta del potere che esercita su di me perché mi fa sentire importante.
Sono lesbica.
Lo sono da sempre, dalla nascita credo.
Ma non ho in odio gli uomini.
Quando mi domandano se nel rapporto sessuale con una donna mi manca qualcosa, rispondo che sono in grado d'avere un'erezione e mantenerla per ore, meglio di un uomo, rotolandomi in un letto, sfregando il mio sesso su quello della mia compagna, da sopra, da sotto, di fianco, facendola venire, sempre.
Monica mi ha fatto scoprire un mondo di cui ero all'oscuro, un mondo in cui la passione viene innalzata a grado superiore, privilegiando elementi quali la sottomissione, l'ubbidienza e la devozione.
Ci siamo conosciute qualche mese fa, quando ha preso servizio in clinica.
Valerio aveva 16 anni e la mamma, avendolo avuto a 15 anni, ne aveva 31.
Letizia era vedova da quando, aveva venti anni, il marito era stato ucciso in Pannonia in uno scontro con una masnada di Quadi.
Lei non si era più sposata, soddisfacendo ai suoi ardori femminili con gli schiavi più belli e prestanti della casa e, di rado, con nobili e maggiorenti che incontrava nelle frequenti feste che venivano organizzate nella sua e nelle ville circostanti.
Quando le era stata comunicata la morte del marito Letizia, che gli era molto affezionata, si era disperata; si era graffiata il viso, si era strappata i capelli, aveva pianto durante interminabili notti insonni.
Quindi l'attrazione profonda che aveva avuto per il marito si era trasferita automaticamente sul figlio.
Lo coccolava, lo sbaciucchiava, provava un gusto profondo quando gli faceva il bagno carezzando la sua pelle di pesca.
Quando dormiva lo aveva sempre accanto o tra le proprie braccia e in questo modo aveva trovato un equilibrio aureo tra le soddisfazioni che le dava l'affetto del figlio e quelle più robuste degli schiavi con i quali non di rado si accompagnava.
Valerio cresceva galleggiando su un mare di felicità.
Aveva a portata di mano, pienamente disponibile, l'oggetto del suo desiderio, essendogli stato risparmiata l'incombenza di dover affrontare una lotta improba col padre.
Fosse stato per lui non sarebbe mai uscito da quella situazione.
Col passare degli anni e con l'avvicendarsi delle stagioni dell'uomo lo status quo che si era stabilito tra i due cominciò ad evolversi.
Un giorno, mentre gli faceva il bagno e gli passava delicatamente la spugna sulla zona pubica, Letizia si trovò fra le mani un pene rigido di notevoli dimensioni.
Tanto per cominciare trovò aperta la porta per comunicare al ragazzo la sua personale avversione per le sozzure del corpo femminile.
Poi per la bassezza e l'ignominia dei costumi delle matrone romane.
Quindi rinforzò nel ragazzo la convinzione che a causa dei peccati di lussuria la nuova Babilonia, città infernale, sarebbe stata distrutta dalle fiamme.
Alla fine Andrea cominciò a portarsi in giro Valerio come testimonio, mentre raccontava la storia del ragazzo, così densa di insegnamenti e di curiosità per gli aristocratici che lui intendeva convertire.
Letizia era una donna forte e sopportò con abnegazione la separazione col figlio, ma si irritò ferocemente quando fra la gente del suo ceto cominciò a diffondersi la fama, perfino ornata e distorta, per quanto si poteva, di quello che aveva fatto col figlio.
Riuscita ad avere con lui un abboccamento, quando provò a ricordargli che un vero uomo non andava a dire in giro che cosa faceva con le signore, in special modo quando le signore erano le madri, ne ebbe risposte insultanti e sguardi sprezzanti.
Provò a ricordare al figlio che avrebbe potuto e dovuto difendersi dai suoi insulti, ma quello niente.
Allora, uscita dal colloquio, andò direttamente dal suo avvocato che, dopo una lunga spiegazione, la convinse a denunciare il figlio perché aveva tentato di violentarla.
Alla udienza preliminare, Valerio condusse con sé Andrea e i due insieme accusarono Letizia di essersi introdotta a tradimento nel letto del figlio, sollazzandolo in tutte le maniere che una matrona esperta sapeva mettere insieme, ma la descrizione che aveva impressionato il giudice, si dimostrò una fantasia quando Letizia fece introdurre Filomena che, con gli occhi bassi, spiegò come fosse lei la compagna degli eccessi notturni del giovane Valerio.
La somiglianza tra Letizia e la giovane schiava era tale che sembrava chiara la possibilità che la mente sconvolta di Valerio avesse potuto confondersi.
Lei aveva pianto e tra le lacrime mi aveva detto, dispiaciuta per la mia ignobiltà: Mi avresti trascinato nella vergogna del peccato? Perché volevi farmi questo? Cosa ti ho fatto? Non sono forse una brava moglie? Io mi ero messo in ginocchio davanti a lei, avevo chiesto pietà e mi ero pentito vistosamente, ma non sapevo se l'avevo davvero convinta.
Allora avevo riattivato i collegamenti che avevo visto interrotti nei sotterranei, ci avevo messo un interruttore che avrei comandato a distanza e, ridendo per gli scemi che credevano alle favole sulla rete che era metafora materiale della composizione dell'universo, e irato con la Gerarchia che teneva gli esseri umani nell'ignoranza, avevo cominciato a cercare di mettermi in contatto con altri utenti.
Non era stata semplice la ricerca.
Il timore di essere scoperto, mi rendeva cauto.
Quando sentivo che il destinatario dei miei messaggi era sospettoso, dichiaravo di essere un controllore dell'Episcopato e la sola pronuncia di quel nome toglieva agli utenti la voglia di indagare.
Poi avevo trovato Emanuela che aveva accettato di parlare con me.
Chi sei? aveva chiesto la prima volta.
Un tuo ammiratore, avevo risposto io quando avevo capito che si trattava di una donna.
E un po' alla volta ci eravamo confessati le nostre pene.
Quando era arrivata a dirmi che dopo aver avuto un figlio, suo marito era tornato casto, per seguire i dettami della Gerarchia, e lei piangeva in silenzio per la mancanza di affetto, mi ero sentito coinvolto e solidale e dopo una pausa di silenzio, avendo osato chiederle se lei, nell' intimità con suo marito, aveva qualche volta desiderato di togliersi il camicione che la copriva dal collo ai piedi, era rimasta tanto tempo senza rispondere che avevo pensato che se ne fosse andata offesa.
Invece quando stavo per chiudere il collegamento, sullo schermo era apparso: Emanuela > si.
Nei giorni seguenti le avevo parlato delle bugie della Gerarchia, avevo irriso gli angeli che si tenevano per mano nei fili del telefono, avevo messo in dubbio che La Banca Dati di Nostro Signore fosse letteralmente la mente di Dio.
Passarono davanti al parco di una villa, davanti a una biblioteca, davanti a una chiesa e improvvisamente riconobbe quei luoghi: era un quartiere periferico della sua città, lo conosceva perchè ci abitava Giorg.
C*!:o Giorgio, il suo migliore amico, adesso riconosceva anche l'uomo che accompagnava Laura: era il suo migliore amico.
Si sarebbe preso a schiaffi da solo: tradito così impunemente senza accorgersene.
Si aggrappava ormai soltanto all'esile speranza che non scopassero insieme, ma era un debole appiglio.
I due davanti svoltarono per entrare a casa di Giorgio, una bella villetta immersa in un ricco giardino di quella zona residenziale.
Senza farsi vedere entrò anche lui nel giardino e andò a sistemarsi vicino a quella che sapeva essere la finestra della camerea di Giorgio, nascosto dietro un albero: se doveva esserci del movimento, sarebbe successo lì! I fatti gli diedero ragione: dopo qualche minuto vide Laura e Giorgio entrare in quella stanza, tenendosi abbracciati stretti stretti; appena entrati l'uomo la strinse per le natiche sollevandola da terra ed appoggiandola allo stipite della porta.
Continuò a baciarla mentre lentamente la faceva scivolare lungo lo stipite, tenendole le mani sulle cosce e facendole scivolare verso l'alto la gonna.
Matteo non poteva sentire niente da lì, ma poteva immaginarsi i mugolii di piacere di Laura, per quanto la conosceva e per quanto poteva vedere.
La vide aggrapparsi con forza al collo di Giorgio mentre scendeva sempre più giù.
Quando la gonna fu completamente alzata Giorgio con un colpo secco le fece scendere le mutandine ai piedi.
Matteo veddeva Laura chiaramente in estasi, mentre si lasciava andare e si inginocchiava a terra, davanti a Giorgio, aprendogli i pantaloni e tirandogli fuori il cazzo fortemente in tiro: lo guardò pochi secondi, spostando la testa ora a destra ora a sinistra con espressione ingenua, seguita attentamente dall'uomo che la teneva per i capelli, poi con decisione aprì la bocca e lo lasciò entrare completamente in.
Poi minacciò la schiava di spedirla nella sue tenute di Piazza Armerina al centro della Sicilia, se mai si fosse dimenticata ciò che era e se non avesse obbedito ai suoi ordini.
Infine diede incarichi insulsi, ma apparentemente coerenti al figlio Valerio che, tenendolo lontano per tutta la giornata, gli impedirono di andare a verificare perché non riusciva ad incontrare Filomena.
La notte, quando pensò che Valerio si sarebbe domandato perché Filomena non andava nel suo letto e magari sarebbe andato a verificare di persona, ci andò lei.
Ciò che aveva impedito questo evento non era né avversione morale, né pudore; lei temeva soltanto la legge che puniva terribilmente in reato di incesto.
In questo caso però, nessuno avrebbe saputo niente, neanche Valerio che avrebbe creduto di essersi sollazzato con Filomena.
Quindi andò all'avventura con animo leggero.
Pensò di essere l'imperatrice Semiramide che aveva reso legale l'incesto per poter fornicare col figlio e si sentì onnipotente.
Letizia a letto era di gran lunga superiore a Filomena, per la maggiore età, la maggiore esperienza e la maggiore cultura, e l'assoluta voglia di mostrarlo al figlio, anche se non sapeva poi come avrebbe fatto a farsi riconoscere, fece da moltiplicatore delle sue capacità.
Diede prima sfogo alle sue conoscenze; quindi finito il suo repertorio, spronata dall' eccezionalità dell'evento, cominciò ad inventare.
Valerio che si stava stancando di Filomena, sedotto da quella passione e da quella perizia sentì quella donna entrargli nel sangue e cominciò ad avvicinarsi alla completa soddisfazione che aveva provato quando dormiva tra le braccia protettive della madre.
Era ormai arrivato al culmine del piacere.
Sentiva che stava per esplodere e, facendola rallentare, le tenne ben stretta la testa, stringendole i capelli con una mano, contro il proprio bacino e le venne in bocca.
Gli piaceva un sacco inondarle la bocca col proprio sperma.
Vederla quasi in difficoltà ad ingoiare tutto quel ben di Dio.
E continuare a venire e sentirla poi leccare le ultime gocce dalla punta del pene.
E farglielo tenere ancora in bocca un pochino perché ci voleva qualche secondo prima che diventasse definitamente floscio.
La alzò poi dalla sedia e, vederla con quell'espressione così persa, lo eccitò ancora.
Le mise la lingua in bocca e la baciò così appassionatamente che a lei quasi mancò il respiro.
Considerato poi che negli ultimi minuti di respiri ne aveva potuti fare ben pochi, stava quasi soffocando.
Sentì il gusto del proprio sperma sulla bocca di lei ma questo non gli dispiacque.
Non che gli piacesse, aveva un gusto abbastanza neutro per lui, ma forse alle donne piaceva molto di più.
E lei non l'aveva certo sputato! Prese poi ad accarezzarla in mezzo alle gambe mentre ancora la baciava sul viso.
Sentì che lei si lasciava fare qualsiasi cosa ormai e, apertale bene le gambe, le titillò con le dita il grilletto mentre lei continuava a gemere per il piacere.
Le infilò dapprima due dita nella figa.
Era veramente molto bagnata.
Iniziò ad andare su e giù simulando una penetrazione e poi si fermò per titillarla ancora.
Ogni volta che si fermava e la toccava così, lei aveva un ulteriore spasmo di piacere.
A lui piaceva sentirla fremere tra le sue mani.
Poi le infilò tre dita, e subito dopo quattro.
La sentiva sempre più eccitata e, quando la titillava, lo faceva sempre più velocemente.
Sembrava che lì dentro potesse entrarci tutta la mano, ma non ci provò, sentendola quasi chiudersi per il piacere che stava provando.
Aumentando il ritmo, la vide quasi al limite del piacere e, dopo un poco, lei iniziò ad avere dei forti spasmi al ventre.
Stava venendo.
Eccome! Continuando ad accarezzarla dentro e fuori, lei continuò a venire.
Cercava con una mano di farlo smettere, ma ci riuscì solo dopo qualche secondo.
Vuoi farmi impazzire per il piacere? Gli chiese lei.
Si! Fu la sua risposta.
La strinsi più forte.
Le accarezai i capelli e la baciai sulla fronte.
Poi sulle sopraciglia.
Poi le palpebre.
Ma quanta luce che c'è negli occhi come il sole.
Le cinsi il collo con le braccia.
Le baciavo tutto il volto.
Aveva chiuso gli occhi.
Si era lasciata andare.
Pochi centimetri ci separavano le labbra.
Sentivo il suo alito.
Odore leggero di vino.
Le sfiorai le labbra con le mie.
Il cuore le batteva all'impazzata.
Volevo gridare.
Volevo piangere.
Volevo stringerla fino a romperle le costole.
Mi raccolsi in un attimo.
Le accarezzai la vita.
Baciai le sue labbra socchiuse.
La attirai più vicina a me e le scorsi la lingua lentamente sulle labbra per gustarmele meglio.
Le infilai la lingua.
Mi sentivo.
come se sprofondassi in lei.
Come se mi perdessi un lei.
Le misi le mani sulle spalle e spingendola leggermente la allontanai da me per un attimo.
Le guardai i seni.
Volevo e non volevo far scivolare le mani su quelle rotondità magnetiche.
Volevo allungare il più possibile quel magico momento di attesa, di presentimento.
Sentivo il suo cuore che scoppiava.
Lo stormire delle foglie.
Il miagolio lontano di un gatto.
La fisarmonica di Richard Galliano nel buio.
Volevo conservare quel momento ipnotico finché vivo.
Tirarlo fuori nei momenti di buio, di freddo e di paura.
Tenerlo intatto nella mia memoria, così come questo cd aveva racchiuso la sua voce, volata via libera e dolce in un giorno di febbraio, pochi mesi prima.
Fossi un tango lo so ti ballerei.
Cominciai a sbottonarle il vestito.
Molto lentamente.
Scoprii le due sporgenze appena sotto il collo e le sfiorai con le dita.
Poi mi inchinai e le baciai.
Spostai le labbra sulle spalle, tenere e rotonde.
Le misi le mani sui fianchi, accarezzandoli, palpandoli, graffiandoli leggermente.
All'improvviso si alzò, si mise davanti a me, mi prese il volto delicatamente tra le mani e mi attirò a sé.
La strinsi e sprofondai il viso nell'abbondanza voluttuosa dei suoi seni.
I secondi passavano.
Non ce la facevo più.
Afferro uno dei materassi fra quelli che stanno accatastati in un angolo della stanza.
Lo stendo sulla rete metallica di un letto e lo copro con uno dei due lenzuoli che mi sono procurata in reparto.
Il cigolio della porta che si apre alle mie spalle mi avverte del sopraggiungere di qualcuno.
Le braccia di Monica mi cingono la vita.
Da lì mi sbottona la vestaglia di dosso e me la cava via, lasciandomi con indosso le sole mutandine e il reggiseno.
Respiro il delicato profumo dei suoi capelli sul mio viso mentre le sue dita si avventurano sui miei capezzoli e li accarezzano delicatamente.
Mi libero del velo che porto al capo e lo getto sul letto.
Sciolgo i capelli e resto completamente nuda.
La mia compagna mi circonda il collo di carezze e baci facendomi tremare e ondeggiare sulle gambe.
Monica mi attira a sé.
Le sue labbra si schiudono sulle mie inumidendomi l'apertura della bocca.
Le sento calde, morbide, delicate, come i petali di un fiore.
La punta della lingua si spazientisce contro i miei denti che volutamente tengo serrati barricandomi dietro l'apertura, ultimo baluardo al gioco della mia resistenza.
Lei non sembra spazientirsi, aspetta che io ceda ai suoi baci lasciando che la lingua penetri dentro di me.
C'inabissiamo una nell'altra inumidendoci le labbra di saliva, ingorde di tutto ciò che appartiene alla bocca dell'altra.
La sua mano scivola nel mio fondo schiena fin dove le natiche si toccano.
Entra nell'incavo lungo e stretto e con le dita scende giù fino a sfiorarmi il lume dell'ano per uscirne subito dopo provocandomi un intenso brivido di piacere.
Monica mi trascina sul materasso e si tuffa con le labbra sulla mia fica leccandola e abbeverandosi in grande quantità.
Non vedo il suo viso mentre esplora il mio pube e nemmeno vedo la sua bocca che ingorda lambisce ciò di cui ho più prelibato fra le cosce che nemmeno posso vedere.
Mi sento confusa.
Le accarezzo i rossi capelli e sospingo il suo viso verso il mio pube.
- Ancora.ancora - la supplico.
Soltanto dopo avere fatto la sua conoscenza ho compreso cosa mi mancava nella vita.
Lei ha saputo riempire questo vuoto e ora sono felice.
Monica continua a succhiarmi il clitoride riempiendomi la fica di saliva.
Quella sera avrei incontrato Emanuela.
L'avevo conosciuta in chat e solo dopo un paio di settimane avevo scoperto che lavorava nello stesso edificio della compagnia telefonica dove lavoravo io.
Lei era addetta alla compilazione delle bollette.
Io riparavo guasti e controllavo le credenziali di coloro che intendevano avere accesso alla Banca Dati di Nostro Signore.
Quando l'avevo conosciuta ero in crisi nei miei rapporti con Sara che, essendo rimasta incinta e avendo quindi svolto bene il suo compito, dopo un mese di assalti reiterati e selvaggi alla mia virilità era tornata soddisfatta alla naturale condizione di castità che aveva tenuto per tutta la vita.
Dormiva da sola e, quando era davanti a me, indossava sempre un camicione informe che le arrivava dal collo ai piedi.
I capelli erano chiusi da una cuffia.
Avevo scoperto in un vecchio manuale rinvenuto per caso, mentre procedevo ad una riparazione complicata in un sotterraneo abbandonato da secoli, che la direzione dei contatti di internet, non era stata sempre soltanto verticale, come ora, ma che una volta gli utenti potevano chiamarsi anche fra loro e non avevano rapporti solo con i loro confessori.
Internet era una rete, una volta, non un insieme di segmenti lineari che dai semplici utenti, per via verticale, arrivava fino alla mente di Nostro Signore.
Avevo letto di impulsi elettromagnetici, che non sapevo assolutamente cosa fossero, ma di sicuro non erano le intelligenze angeliche che si tenevano per mano e trasmettendosi fra loro i messaggi, li facevano arrivare dai semplici alla mente di Dio e viceversa.
D'altra parte avevo avuto già il sospetto che la trasmissione tra gli angeli che si annidavano nei fili del telefono, per una fila interminabile di individui, non potesse essere istantanea o quasi, come sembrava che accadesse quando stavo in chat con il mio confessore.
Ero stato zitto perché non intendevo essere purificato col fuoco per un sospetto di eresia.
E avevo pregato Sara in ginocchio di non raccontare al suo confessore che io, il marito, dopo quindici giorni che era diventata di nuovo casta, le ero saltato addosso tentando di violentarla.
La trovò che era dietro il bancone del centralino da sola.
Non che solitamente ci fosse con qualcuno, ma in quel momento vi si trovava veramente sola.
Neanche una persona attorno.
Il bar a fianco era oramai chiuso per ferie e dagli uffici difficilmente sarebbe arrivato qualcuno.
La porta che dava sul cortiletto d'ingresso era poi chiusa per sicurezza.
Era lì, carina come sempre e con quello sguardo da puttanella perennemente sul viso.
Le piaceva rimirarsi allo specchio e farsi guardare a sua volta.
Sapeva di essere molto carina.
Di aver delle belle gambe, un bel seno (piccolo ma ben tornito) , ed un culetto invidiabile.
Forse di viso non era poi un granché, ma vi assicuro che c'era veramente di peggio.
Unico altro difetto era una leggera gobbità sulla schiena, ma su quello ci si poteva passare sopra.
La salutò come al solito e si diresse dietro il bancone.
Lei, ignara, incominciò a chiedergli come stava, cosa avrebbe fatto per le vacanze ed altre amenità del genere.
Incominciò ad avere solo qualche dubbio guardandolo negli occhi.
La voglia gli si poteva infatti leggere chiaramente in faccia.
Lo sai che ogni tanto penso di fare del sesso con te? le disse incominciando ad accarezzarle una guancia.
Ma cosa stai dicendo? Sei impazzito? rispose lei ridendo incerta.
Si vedeva però che la cosa la lusingava quasi.
Poi minacciò la schiava di spedirla nella sue tenute di Piazza Armerina al centro della Sicilia, se mai si fosse dimenticata ciò che era e se non avesse obbedito ai suoi ordini.
Infine diede incarichi insulsi, ma apparentemente coerenti al figlio Valerio che, tenendolo lontano per tutta la giornata, gli impedirono di andare a verificare perché non riusciva ad incontrare Filomena.
La notte, quando pensò che Valerio si sarebbe domandato perché Filomena non andava nel suo letto e magari sarebbe andato a verificare di persona, ci andò lei.
Ciò che aveva impedito questo evento non era né avversione morale, né pudore; lei temeva soltanto la legge che puniva terribilmente in reato di incesto.
In questo caso però, nessuno avrebbe saputo niente, neanche Valerio che avrebbe creduto di essersi sollazzato con Filomena.
Quindi andò all'avventura con animo leggero.
Pensò di essere l'imperatrice Semiramide che aveva reso legale l'incesto per poter fornicare col figlio e si sentì onnipotente.
Letizia a letto era di gran lunga superiore a Filomena, per la maggiore età, la maggiore esperienza e la maggiore cultura, e l'assoluta voglia di mostrarlo al figlio, anche se non sapeva poi come avrebbe fatto a farsi riconoscere, fece da moltiplicatore delle sue capacità.
Diede prima sfogo alle sue conoscenze; quindi finito il suo repertorio, spronata dall' eccezionalità dell'evento, cominciò ad inventare.
Valerio che si stava stancando di Filomena, sedotto da quella passione e da quella perizia sentì quella donna entrargli nel sangue e cominciò ad avvicinarsi alla completa soddisfazione che aveva provato quando dormiva tra le braccia protettive della madre.
Fra di noi si è subito instaurato un rapporto di simpatia e complicità che è andato oltre la semplice comunanza.
Una sera, poche settimane dopo la sua venuta in clinica, incrociandomi nell'ascensore, mi guardò negli occhi e mi spinse contro una parete del vano mobile, poi mi attirò a sé facendomi assaggiare il sapore della sua bocca.
Subii il furore dei suoi baci senza reagire, fintanto che le sue labbra schiusero le mie inumidendo i denti che tenevo congiunti ma che aprii quasi subito lasciandomi penetrare dal flusso scabro della sua lingua.
Provo un'attrazione primordiale per Monica, né subisco il fascino e sono lusingata dalle carezze che offre ad ogni anfratto del mio corpo.
Subisco l'arte della sua seduzione e non so starne lontana.
Lei ordina ed io ubbidisco.
Una cagna in calore: quella sono io per lei.
Sono conscia che il nostro rapporto potrebbe interrompersi da un giorno all'altro, durare fino alla prossima estate o magari continuare all'infinito.
Quello che so è che appena troverà un posto di lavoro in un ospedale vicino a casa se ne tornerà in Calabria e mi lascerà sola, a rimpiangerla.
Monica mi ha promesso una scopata selvaggia.
Da stamani, incrociandomi nei corridoi della clinica, mi perseguita confidandomi che ha voglia della mia fica eccitandomi oltre misura.
Voglio soddisfare ogni sua voglia, desidero che la sua bocca si adagi sul mio pube e adorni di freschi baci le labbra della mia passera accerchiando il clitoride di saliva, spompinandomelo fino a farmi urlare di dolore, e non m'importa se corriamo il rischio di farci scoprire da qualcuna delle nostre colleghe di lavoro.
Abbandono il reparto con qualche minuto d'anticipo lasciando le consegne a una collega del turno pomeridiano.
Carpisco dall'armadio del guardaroba un paio di lenzuola e scendo le scale per andare negli spogliatoi.
Il deposito dove sono ammucchiate le reti metalliche e i telai di letti è posto in una stanza attigua i gabinetti, poco oltre gli spogliatoi.
La porta del locale è socchiusa.
Sospingo l'uscio ed entro nel ricovero.
La stanza è quasi completamente sgombra di letti.
Da una piccola finestrella filtra la luce che illumina il locale e serve a dare aria all'ambiente.
Afferro uno dei materassi fra quelli che stanno accatastati in un angolo della stanza.
Lo stendo sulla rete metallica di un letto e lo copro con uno dei due lenzuoli che mi sono procurata in reparto.
Il cigolio della porta che si apre alle mie spalle mi avverte del sopraggiungere di qualcuno.
Le braccia di Monica mi cingono la vita.
Da lì mi sbottona la vestaglia di dosso e me la cava via, lasciandomi con indosso le sole mutandine e il reggiseno.
Respiro il delicato profumo dei suoi capelli sul mio viso mentre le sue dita si avventurano sui miei capezzoli e li accarezzano delicatamente.
Mi libero del velo che porto al capo e lo getto sul letto.
Sciolgo i capelli e resto completamente nuda.
La mia compagna mi circonda il collo di carezze e baci facendomi tremare e ondeggiare sulle gambe.
Monica mi attira a sé.
Le sue labbra si schiudono sulle mie inumidendomi l'apertura della bocca.
Le sento calde, morbide, delicate, come i petali di un fiore.
La punta della lingua si spazientisce contro i miei denti che volutamente tengo serrati barricandomi dietro l'apertura, ultimo baluardo al gioco della mia resistenza.
Lei non sembra spazientirsi, aspetta che io ceda ai suoi baci lasciando che la lingua penetri dentro di me.
C'inabissiamo una nell'altra inumidendoci le labbra di saliva, ingorde di tutto ciò che appartiene alla bocca dell'altra.
La sua mano scivola nel mio fondo schiena fin dove le natiche si toccano.
Entra nell'incavo lungo e stretto e con le dita scende giù fino a sfiorarmi il lume dell'ano per uscirne subito dopo provocandomi un intenso brivido di piacere.
Monica mi trascina sul materasso e si tuffa con le labbra sulla mia fica leccandola e abbeverandosi in grande quantità.
Non vedo il suo viso mentre esplora il mio pube e nemmeno vedo la sua bocca che ingorda lambisce ciò di cui ho più prelibato fra le cosce che nemmeno posso vedere.
Mi sento confusa.
Le accarezzo i rossi capelli e sospingo il suo viso verso il mio pube.
- Ancora.ancora - la supplico.
Soltanto dopo avere fatto la sua conoscenza ho compreso cosa mi mancava nella vita.
Lei ha saputo riempire questo vuoto e ora sono felice.
Monica continua a succhiarmi il clitoride riempiendomi la fica di saliva.
Eravamo sedute sui gradini nel giardino di casa mia.
Era mezzanotte passata.
Maggio filava verso la sua fine.
Faceva caldo.
A Kavala la primavera è sempre calda e umida.
Nel buio sentivo lo stormire del fogliame.
Il respiro del vento sulle fogle e sul mio volto.
Che strana prova che sono ancora viva.
Non parlavamo più.
Avevamo parlato troppo.
Avevamo bevuto un po'.
Quel ti amo che ultimamente esisteva sospeso tra di noi ora si era fatto ancora più forte, più tangibile.
Forse per l'alcool che avevo bevuto, forse per il vento e le foglie e le fragranze del giardino.
Per il suo profumo che sentivo nel buio.
Per il calore della sua spalla appoggiata alla mia.
Mi alzai e barcolando leggermente andai a prendere il cd player.
Ho messo il suo ultimo album.
Besame mucho como si fuera esta noche la ultima vez.
Che invito superfluo.
Certo che volevo baciarla.
In questi ultimi giorni non pensavo ad altro.
Oye la confesion de mi secreto.
Mi voltai verso di lei.
Indossava un vestito che le lasciava le braccia e le spalle scoperte.
La pelle, bianca e liscia, le brillava leggermente nel buio, come se avesse assorbito le miti luci del mio giardino notturno.
Le ho messo la mano sul braccio.
Delicatamente.
Le accarezzai la spalla.
Musica argentina.
Paglia per pamele.
Ritrovarsi altrove, lusinghiera idea.
L'amore omosessuale.
Che tormento.
Che delizia.
E se l'avevo frainteso? I suoi sguardi fugaci e timorosi.
Le lunghe pause di silenzio.
E se la disgustavo? Mi ero guadagnata la sua amicizia e non è stato facile.
E se la perdevo? E se ingannavo la sua fiducia?.
Ma non importava.
Tanto la sua amicizia non mi bastava più.
La abbracciai.
E sarà un'altra acrobazia.
Un'alchimia di possibilità.
Magia di fisarmonica e di notte.
La baciai sul collo.
Molto leggermente.
La sentii tremare.
Come se si risvegliasse.
Mi appoggiò la testa sulla spalla
Letizia che aveva previsto di dormire soltanto alcune notti con il figlio dimenticò i suoi piani e continuò a frequentarlo come se fosse diventato suo marito.
La bocca, il sedere, la fica, le tette, le mani.
Supina, di fianco, bocconi, a pecora, di sponda, a smorzacandela.
A volte portava degli schiavi, di entrambi i sessi, reclutati in un lupanare di lusso, dove lavoravano come professionisti, che la aiutavano a trasportare Valerio nel cielo di Venere.
Valerio era assolutamente e indissolubilmente legato a quella carne lasciva e le rare volte che vedeva Filomena, data la trasformazione ormai avvenuta della vita attiva dal giorno alla notte, la trovava un po' insulsa e sciatta e comunque abbondantemente al di sotto della donna appassionata che si rivelava essere di notte, non stette a pensarci troppo però, attribuendo quella attitudine alla stanchezza derivata dalle interminabili sedute notturne.
Anche io sono stanco , le disse un giorno, con una aria maliziosa che Filomena capì e fu costretta a condividere, per la paura di essere mandata a Piazza Armerina a fare la schiava rustica.
Qualche tempo prima, durante l'intervallo di tempo che andava dalla cacciata dal letto di Letizia alla frequentazioni notturne di Filomena, Valerio aveva stretto un rapporto con Andrea che era un adepto di una nuova misteriosa religione.
Andrea faceva propaganda del nuovo culto fra i ceti elevati a causa del fatto che era una persona colta e istruita e forse di origine nobile egli stesso, anche se non parlava mai di sé.
Di lui si diceva che fosse in grado di evocare spiriti e produrre miracoli.
Valerio lo conosceva già, perché era molto tempo che la sua casa era una tappa del giro consueto di Andrea, ma non era mai stato a sentire seriamente i rimproveri che Andrea faceva ai ricchi che disperdevano la loro vita nei piaceri della carne, né si era mai troppo interessato a un certo fuoco che il dio di Andrea avrebbe spedito sulla terra per rinnovare il mondo e distruggere i malvagi.
Lei rimase eccitata e sconvolta per le implicazioni fantasiose che le suggeriva la scoperta e, da allora, quando faceva il bagno al figlio, passava sempre la spugna sul pene che, immediatamente, si irrigidiva.
Poi una notte, mentre dormivano abbracciati come sempre, Valerio aveva preso la mano destra di Letizia e l'aveva guidata sul suo pene.
Quasi automaticamente, senza neanche rendersene completamente conto, a causa dello stato di sonnolenza in cui si trovava, la donna aveva cominciato a fare avanti e indietro finché Valerio, tra gli spasimi, non le era venuto copiosamente tra le mani.
Valerio, in sublimazione estatica, si era subito addormentato, stretto tra le braccia della madre e lei, eccitata e preoccupata, ma consolata dal calore di lui, dopo essersi resa conto completamente di quello che aveva fatto, aveva riflettuto a lungo e si era addormentata soltanto quando aveva pensato di aver individuato la giusta linea di condotta.
L'episodio della notte le aveva fatto venire in mente, cosa che, non fosse stato per la sua spensierata leggerezza, avrebbe dovuto già da tempo realizzare, che poteva destare perplessità anche in persone non maliziose il fatto che lei dormisse con il figlio, di ormai quindici anni, alto, robusto e bello come il sole.
E se anche non c'erano estranei nella grande casa, qualche schiavo avrebbe potuto lasciarsi sfuggire amenità sull' argomento.
L'incesto era cosa grave, punito con pene terribili e infamanti.
Non era peccato veniale come il fare l'amore con gli schiavi, sport praticato da tutte le matrone e da molti pater familias di Roma.
Letizia decise allora di smetterla di dormire con Valerio, pensando che le sedute con gli schiavi le sarebbero bastate per smorzare i suoi bollori e per tacitare il suo bisogno d'affetto, ma per Valerio fu la fine dell'età dell'oro.
Dallo stato di infinita beatitudine era precipitato nella durezza del mondo reale, dove l'oggetto del desiderio va cercato, inseguito e conquistato.
Giorgio era in estasi per merito del pompino di Laura e Matteo non poteva dargli torto, ne aveva già sperimentati molti, e sapeva quanta arte e passione ci mettesse la ragazza in questa pratica.
La sua bocca scorreva lungo tutta l'asta ora lentamente ora velocemente, seguendo i ritmi dell'uomo, e prolungando al massimo la durata del piacere: riusciì a far durare Giorgio per diversi minuti prima che questo le riempisse la bocca con tanto liquido caldo, senza che lei perdesse una sola goccia.
Matteo la osservò con attenzione mentre Giorgio esplodeva in lei, vide il suo sguardo fiero, felice di aver eccitato a tal punto un uomo, la osservò con passione mentre lei con la lingua puliva per bene il glande dell'amico, avrebbe voluto esserle di fronte mentre lei con un colpo secco mando giù lo sperma.
Ed invece gli toccava stare là dietro un albero, di fronte all finestra del suo migliore amico, a guardarlo mentre sollevava di peso Laura e la stendeva sul letto.
La gonna era ancora sollevata, le mutandine erano già tolte, gli rimaneva soltanto da togliere la camicetta e il reggiseno, cosa che fece prontamente.
Poi si dedicò a se stesso, spogliandosi velocemente dei propri abiti.
Si inginocchiò sul letto in mezzo alle gambe aperte di Laura che aveva preso a masturbarsi con la mano.
Il cazzo di Giorgio era di nuovo bene in tiro, lui lasciò che fosse Laura a mettergli il preservativo; la ragazza acconsentì di buon grado, svolgendo il compito con i tempi di uno spogliarello, cosa che fece arrapare ancora di più l'uomo, il quale non attese di più, la prese per le natiche, gliele sollevò e l'attirò a se, penetrandola di botto.
La cosa fece eccitare visibilmente Laura e quasi uccise Matteo, che in un anno di fidanzamento si era visto sempre negare quel frutto prelibato, lasciandosi concedere soltanto la bocca e il culo.
Mi spinge sul divano, mi sfila pantaloni e mutande e in un secondo la sua lingua sta gia' rovistando tra le mie palline.
dai, che stai a fare adesso? riesco a dire, mentre il mio membro inizia rapido la sua crescita.
Starei delle ore ad osservarla quando lavora sul mio sesso, adoro i suoi meravigliosi occhi blu puntati su di me.
La sua lingua scorre lungo l'asta del pene, fino alla cappella per poi fermarsi a giocare con la punta.
Allora? .
non ti sembro un'altra? S.
s.
Siii.
cioe', .
n .
nooo, .
lo so che sei sempre tu amore! Non vuoi che sia un'altra? Oh Claudia.
penso tra me, quante persone vuoi essere?.
non ho bisogno di altre da quando ti conosco, ma non glielo dico.
.
lo so che lo sa.
La sua saliva si confonde con le prime goccioline del mio liquido.
Socchiude la bocca e usa le labbra per masturbarmi nella parte anteriore del mio membro.
e' quanto di piu' dolce e sensuale possa desiderare.
un bacio continuo, in attesa del mio orgasmo.
Claudia ci sono i miei che ci aspettano di la' le dico.
Lo so, .
ma voglio farti venire.
Apre le labbra e fa scorrere il mio pene dentro di se.
sento il mio membro circondato dalla sua bocca, e ogni suo movimento mi fa impazzire di piacere.
Con una mano accarezza lo scroto indurito, e con l'altra inizia ad assecondare il movimento della sua bocca, con una lieve torsione ad ogni colpo.
e' un classico gia' visto, ma e' un piacere infinito per me, lo preferisco di gran lunga al rapporto vaginale.
Vorrei trattenermi, vorrei riuscire a fermare questo piacere intenso.
vorrei vivere provando sempre questa emozione.
lei, i suoi occhi blu, la sua mano, i suoi cuscinetti rosa intorno al mio cazzo, il suo movimento, i suoi nuovi capelli biondi corti.
lei rallenta, io sto venendo e lei rallenta sapientemente sempre di piu'.
io cerco di soffocare i miei gemiti, .
vengo.
ho delle contrazioni e lei continua lentamente.
Valerio aveva 16 anni e la mamma, avendolo avuto a 15 anni, ne aveva 31.
Letizia era vedova da quando, aveva venti anni, il marito era stato ucciso in Pannonia in uno scontro con una masnada di Quadi.
Lei non si era più sposata, soddisfacendo ai suoi ardori femminili con gli schiavi più belli e prestanti della casa e, di rado, con nobili e maggiorenti che incontrava nelle frequenti feste che venivano organizzate nella sua e nelle ville circostanti.
Quando le era stata comunicata la morte del marito Letizia, che gli era molto affezionata, si era disperata; si era graffiata il viso, si era strappata i capelli, aveva pianto durante interminabili notti insonni.
Quindi l'attrazione profonda che aveva avuto per il marito si era trasferita automaticamente sul figlio.
Lo coccolava, lo sbaciucchiava, provava un gusto profondo quando gli faceva il bagno carezzando la sua pelle di pesca.
Quando dormiva lo aveva sempre accanto o tra le proprie braccia e in questo modo aveva trovato un equilibrio aureo tra le soddisfazioni che le dava l'affetto del figlio e quelle più robuste degli schiavi con i quali non di rado si accompagnava.
Valerio cresceva galleggiando su un mare di felicità.
Aveva a portata di mano, pienamente disponibile, l'oggetto del suo desiderio, essendogli stato risparmiata l'incombenza di dover affrontare una lotta improba col padre.
Fosse stato per lui non sarebbe mai uscito da quella situazione.
Col passare degli anni e con l'avvicendarsi delle stagioni dell'uomo lo status quo che si era stabilito tra i due cominciò ad evolversi.
Un giorno, mentre gli faceva il bagno e gli passava delicatamente la spugna sulla zona pubica, Letizia si trovò fra le mani un pene rigido di notevoli dimensioni.
La stava baciando con molta passione e presto le infilò una mano nelle mutandine, di dietro, andando a solleticarle il solco del sedere.
Lei era sempre più visibilmente eccitata ma, forse per non perdere del tutto il controllo, faceva ancora un po' la ritrosa.
Ti prego, lasciami! Potrebbe arrivare qualcuno.
Gli disse neanche troppo convinta.
Zitta troietta.
Girati! Le disse lui per tutta risposta.
Incominciò a girarla e tenendole una mano nelle mutandine per accarezzarla in mezzo alle gambe, con l'altra le palpava il seno.
Mentre poi le infilava la lingua in bocca fino quasi a farle mancare il respiro, cominciò a premere il proprio bacino contro il suo culo per farle sentire quanto il proprio membro fosse già eccitato.
La minigonna che portava lei, così leggera, gli aveva facilitato un po' queste operazioni e la camicetta di seta che portava, veramente molto sottile, offriva ben poco ostacolo alla pressione della sua mano sulle tette sode, libere da alcun reggiseno.
Ad un certo punto si abbassò sotto di lei e, dopo averle tirato giù le mutandine le baciò le natiche.
Giratala poi verso il suo viso, prese ad accarezzarle con foga i glutei ed a baciarle tra le gambe quel suo dolce sesso.
Le infilò la lingua tra le sue altre labbra.
La lecco fuori sul clitoride bollente e dentro fin dove arrivava.
Sentì quanto lei fosse eccitata e già così ben lubrificata.
Ma non era quello il suo obiettivo.
Dopo un po', quando capì che lei aveva ormai perso quasi ogni cognizione, si tirò nuovamente su e, dopo averla rigirata, le alzò la gonnellina.
Le fece anche abbassare un po' la schiena per meglio farle sporgere quelle stupende natiche.
Prima che lei se ne accorgesse (era infatti così eccitata da avere lo sguardo perso come se si fosse fatta una dose) , tirò fuori il suo pene di tutto rispetto ed incominciò a passarglielo su e giù in mezzo alle natiche: tra la fessura bagnata ed il buco dell'ano.
Vedrai che questo ti piacerà.
Le disse incominciando a spingere con la punta dell'uccello in quel bel buchino così stretto.
Ehi, cosa stai facendo? Mi stai facendo male.
Passati i primi secondi di stupore e meraviglia, iniziò a farsi strada in lui un forte sentimento di odio nei confronti della ragazza, sentimento che cresceva con l'aumentare del numero di pompate che Giorgio dava alla partner.
Mentre stava per accarezzare l'idea di entrare in casa dell'amico e sctenare un putiferio, si risvegliò di colpo dal sogno.
Ripensando a questo Matteo si stava vestendo: doveva fare in fretta, era già in ritardo.
Però, che sogno, pensò, ma no! è soltanto un sogno, non può succedere veramente! Non ci pensò più mentre correva velocemente per la strada quasi deserta nella stagione estiva, mentre suonava a casa della ragazza senza sentire risposta.
Gli tornarono in mente quelle figure dopo aver provato a chiamarla più volte sul cellulare, anche lì senza avere risposta.
Se ne è dimenticata, pensò, oppure.
Non terminò la frase, perchè si mise immediatamente in viaggio verso la casa dell'amico Giorgio.
Vi arrivò dopo pochi minuti.
Con fare deciso entrò nel giardino: non c'era pericolo che qualcuno lo vedesse, a quell'ora in quel quartiere, e poi c'era tanta vegetazione.
Ripercorse con la morte nel cuore la strada fatta nel sogno, arrivando davanti alla finestra della camera.
Prese fiato e si fece coraggio, si sollevò a guardare e immediatamente volle morire: stesi abbracciati sul letto c'erano Giorgio e Laura, sul pavimento i vestiti che gli aveva visto addosso nel sogno.
La strinsi più forte.
Le accarezai i capelli e la baciai sulla fronte.
Poi sulle sopraciglia.
Poi le palpebre.
Ma quanta luce che c'è negli occhi come il sole.
Le cinsi il collo con le braccia.
Le baciavo tutto il volto.
Aveva chiuso gli occhi.
Si era lasciata andare.
Pochi centimetri ci separavano le labbra.
Sentivo il suo alito.
Odore leggero di vino.
Le sfiorai le labbra con le mie.
Il cuore le batteva all'impazzata.
Volevo gridare.
Volevo piangere.
Volevo stringerla fino a romperle le costole.
Mi raccolsi in un attimo.
Le accarezzai la vita.
Baciai le sue labbra socchiuse.
La attirai più vicina a me e le scorsi la lingua lentamente sulle labbra per gustarmele meglio.
Le infilai la lingua.
Mi sentivo.
come se sprofondassi in lei.
Come se mi perdessi un lei.
Le misi le mani sulle spalle e spingendola leggermente la allontanai da me per un attimo.
Le guardai i seni.
Volevo e non volevo far scivolare le mani su quelle rotondità magnetiche.
Volevo allungare il più possibile quel magico momento di attesa, di presentimento.
Sentivo il suo cuore che scoppiava.
Lo stormire delle foglie.
Il miagolio lontano di un gatto.
La fisarmonica di Richard Galliano nel buio.
Volevo conservare quel momento ipnotico finché vivo.
Tirarlo fuori nei momenti di buio, di freddo e di paura.
Tenerlo intatto nella mia memoria, così come questo cd aveva racchiuso la sua voce, volata via libera e dolce in un giorno di febbraio, pochi mesi prima.
Fossi un tango lo so ti ballerei.
Cominciai a sbottonarle il vestito.
Molto lentamente.
Scoprii le due sporgenze appena sotto il collo e le sfiorai con le dita.
Poi mi inchinai e le baciai.
Spostai le labbra sulle spalle, tenere e rotonde.
Le misi le mani sui fianchi, accarezzandoli, palpandoli, graffiandoli leggermente.
All'improvviso si alzò, si mise davanti a me, mi prese il volto delicatamente tra le mani e mi attirò a sé.
La strinsi e sprofondai il viso nell'abbondanza voluttuosa dei suoi seni.
I secondi passavano.
Non ce la facevo più.
Ho appena sentito Claudia al telefono, e come al solito ritardera' di una buona mezz'oretta.
Mamma, non stare a fare tutto di corsa, che Claudia arrivera' in ritardo.
la cena sarebbe stata a base di pesce, come piace a lei.
Claudia, studentessa in psicologia, capelli rossi, lunghi fino al culo, occhi blu come il mare della mia Toscana, e' la mia donna, il mio sogno erotico, il mio desiderio piu' inconscio.
E' lei che mi spompina ad ogni nostro piccolo viaggio in auto, e' lei che vuole passare le serate a guardare film porno, e' lei che stimola le mie fantasie omosessuali masturmandomi l'ano, e' lei che mi fa eccitare solo parlando dei nostri futuri progetti sessuali.
Io mi trovo gia' in casa dei miei mentre lei dovrebbe essere ancora dal parrucchiere.
non mi interessa come si concia, ma so gia' che si aspettera' un complimento o comunque una qualsiasi osservazione sul lavoro del suo coiffeur.
Finalmente suona alla porta, .
vado ad aprire, .
non ho neanche il tempo di guardarla che lei attacca subito: Allora? .
cosa ne dici? Oh Claudia,.
che ne hai fatto dei tuoi capelli lunghi?.
corti e biondissimi.
non ti riconosco piu'.
Ehm, caspiterina, stai proprio bene!.
cavolo, non immaginavo.
certo che , .
sembri quasi un altra persona,.
comunque, stai bene!.
mi ci dovro' un po' abituare.
Capito, non ti piaccio.
posso entrare comunque? No,.
ehm, cioe' si' certo, .
ma, non hai capito!.
ho detto che stai bene, anzi .
benissimo! Cavolo, mi ero innamorato guardando i tuoi capelli da dietro, lunghissimi, curati, fino all'attaccatura dei glutei, non passavi mai inosservata e adesso?.
vai dritta in cucina a salutare i miei che come al solito sono dalla tua parte e ti fanno i complimenti per il nuovo look.
Manca un quarto d'ora ancora alla cena dice mio padre, indaffarato nella cottura dell'Orata.
Allora ci sistemiamo un attimo in sala, ci chiamate quando e' pronta? dice lei, Ok risponde mio padre.
Claudia mi prende per mano e andiamo in sala.
Vediamo che effetto ti fa il mio nuovo look mi sussurra.
Questi sono di un calzaturicio delle Marche.Un capretto morbido,tacco 50mm,quattro laccetti trasversali e allacciatura a fibbietta dietro il tallone- -Li proviamo?- -Si belli , anzi bellissimi ( e ti pareva!Potrei parlare da solo,tanto le sue risposte le conosco a memoria!) - La recalcati mi porge il piede e facendo questo allarga leggermente le gambe.Non posso negare che questi movimenti portano i miei occhi sempre tra le cosce delle clienti.
Ma.eh no.non e' proprio la mia giornata oggi.
La Recalcati non indossa le mutandine ! Deglutisco cercando di mostrare indifferenza :come se non l' avessi notato.
Non e' che la signora con i suoi 45 anni sia da buttare via.Una donna ancora ben curata, sia nel fisico che nell' aspetto,comunque mai volgare o maliziosa nei suoi discorsi.
E oggi?Mi viene in negozio e mi sbatte la figa in faccia? -No ,questi non li sento comodi:guardi qua dietro il tallone.- Mi mostra il tallone allargando ulteriormente le cosce,tanto che ora, con la coda dell' occhio,riesco a vedere l' apertura tra le piccole labbra.Una passerina completamente depilata,lucida e rosea nella sua carnagione.
-Quelli,quelli marroni in vetrina vorrei provare.- Prendo il secondo paio , lei mi porge di nuovo il piede ed io ho nuovamente la sua figa davanti agli occhi.
-Questi come sono? Li sente comodi ?- -Si vanno bene, bellissimi ma sono un po'duretti sotto la pianta del piede- Ah.
-E.come sono quelli la' in alto con l' elastichino ?- -quelli di Fendi con il logo sul laccetto centrale?- -Si si quelli- Mi sbagliero' ma mi sembra che la signora si stia eccitando,la sua voce si e' fatta leggermente piu' profonda e scorgo un riflesso tra le labbra dell suo sesso.Ma si stara' eccitando a provare le scarpe o a mostrarmi la figa ?
Lei rimase eccitata e sconvolta per le implicazioni fantasiose che le suggeriva la scoperta e, da allora, quando faceva il bagno al figlio, passava sempre la spugna sul pene che, immediatamente, si irrigidiva.
Poi una notte, mentre dormivano abbracciati come sempre, Valerio aveva preso la mano destra di Letizia e l'aveva guidata sul suo pene.
Quasi automaticamente, senza neanche rendersene completamente conto, a causa dello stato di sonnolenza in cui si trovava, la donna aveva cominciato a fare avanti e indietro finché Valerio, tra gli spasimi, non le era venuto copiosamente tra le mani.
Valerio, in sublimazione estatica, si era subito addormentato, stretto tra le braccia della madre e lei, eccitata e preoccupata, ma consolata dal calore di lui, dopo essersi resa conto completamente di quello che aveva fatto, aveva riflettuto a lungo e si era addormentata soltanto quando aveva pensato di aver individuato la giusta linea di condotta.
L'episodio della notte le aveva fatto venire in mente, cosa che, non fosse stato per la sua spensierata leggerezza, avrebbe dovuto già da tempo realizzare, che poteva destare perplessità anche in persone non maliziose il fatto che lei dormisse con il figlio, di ormai quindici anni, alto, robusto e bello come il sole.
E se anche non c'erano estranei nella grande casa, qualche schiavo avrebbe potuto lasciarsi sfuggire amenità sull' argomento.
L'incesto era cosa grave, punito con pene terribili e infamanti.
Non era peccato veniale come il fare l'amore con gli schiavi, sport praticato da tutte le matrone e da molti pater familias di Roma.
Letizia decise allora di smetterla di dormire con Valerio, pensando che le sedute con gli schiavi le sarebbero bastate per smorzare i suoi bollori e per tacitare il suo bisogno d'affetto, ma per Valerio fu la fine dell'età dell'oro.
Dallo stato di infinita beatitudine era precipitato nella durezza del mondo reale, dove l'oggetto del desiderio va cercato, inseguito e conquistato.
Disse lei incominciando a preoccuparsi.
Questo non fece altro che eccitarlo ancora di più e, tenendola ancora più stretta incominciò a spingere più forte.
Ah.
ah.
aahhh.
.
Lei era sempre più tra l'eccitato ed il dolorante, ma si vedeva che iniziava a piacerle.
Ti piace eh, troia! Brutta stronzetta.
Stai qua a tirartela tutto il giorno e, adesso che ti sto sfondando il tuo bel culetto, non capisci più niente.
Si.
non smettere.
Piano, piano.
Ma se non l'ho neanche infilato tutto! Aspetta un attimo e vedrai.
Riuscì a mettergliene un bel pezzo dentro e, sentendola così stretta, gli veniva voglia di infilarlo ancora di più.
Si trattenne ed invece iniziò ad uscire un pochino per poi rientrare subito dopo.
Tutto sommato, la parte più bella era quando glielo infilava e lei apriva bene la bocca per il godimento e le scappava un ansimo di piacere.
Dopo un po' di vai e vieni, sentì che stava diventando così duro da fargli quasi male e sicuramente da un momento all'altro sarebbe venuto.
Si tirò fuori improvvisamente il cazzo dal culo di lei e, girandola un po' bruscamente, le portò le sue labbra all'altezza del proprio pene.
No, ancora un poco.
Iniziò a protestare lei.
Non ti preoccupare che più tardi torno a sfondartelo.
Rispose lui continuando a spingerle la bocca verso il suo cazzo così eccitato.
Adesso succhia un po' qui.
Così.
Brava.
ancora.
Lei stava facendo davvero un bel lavoretto.
Lo stava lavorando con la lingua come una professionista e sembrava che non avesse fatto altro per tutta la sua vita.
Del resto, era una che non aveva problemi ad usare la lingua.
Nel frattempo, lui, le stava strizzando un poco i capezzoli.
Vedeva che ogni qualvolta glieli tirava, lei aveva un gemito di piacere (che fosse un po' masochista?) .
Lei incominciò poi ad andare avanti e indietro con la bocca sempre più velocemente e facendo in modo, quando si fermava, di ritrovarselo bene in bocca, fin quasi alla radice.
Lui si stava chiedendo come potesse tenere così tanto cazzo in bocca ma, visto che la cosa non gli dispiaceva affatto, lasciò cadere l'interrogativo
Matteo si sveglia di colpo, come se l'avessero buttato giù dal letto; sgrana gli occhi, per un attimo boccheggia, poi capisce di non essere più tra le braccia di Morfeo e guarda la sveglia: 7.00 del mattino.
C*!:o, la sveglia: non l'ha sentita, ed è in ritardo di mezz'ora.
Dovrebbe già essere in viaggio verso la casa di Laura per poi partire per le vacanze, ed invece è ancora a letto.
Ho sbagliato ad uscire con gli amici ieri sera, pensa, ho bevuto come una spugna ed ora guarda come sono ridotto! Mentre velocemente si sta lavando e rivestendo gli ritorna in mente l'incubo che l'ha svegliato di soprassalto: si era trovato in un bar che non conosceva, stava guardandosi attorno per capire dove si trovava quando vide Laura, la sua fidanzata, seduta ad un tavolino.
Decise di raggiungerla, ma si fermò quando vide che seduto al suo fianco c'era un uomo, e gli si gelò il sangue quando questi la baciò sulla bocca, dapprima scherzosamente, poi con sempre maggiore passione.
Non era possibile! Laura, la sua fidanzata, la ragazza che gli era stata sempre fedele! No dev'essere un sogno! E nel sogno Matteo si diede un pizzicotto, per tornare alla realtà che conosceva, ma l'altro uomo non sparì, anzi si fece più audace con la sua Laura, abbracciandola in vita, passandole le mani sulla schiena.
Non può essere! Adesso sicuramente lei gli darà una sberla! Ed invece Laura dimostrò di apprezzare notevolmente le avanches dell'uomo, limonando con la stessa passione.
A quel punto Matteo non sapeva più che fare, per un attimo aveva pensato di voler sparire per sempre, talmente si era depresso, poi decise di tornare a casa e parlare il giorno dopo con Laura.
La fidanzata gli tolse però l'imbarazzo della scelta quando si allontanò con l'uomo: Matteo non ebbe dubbi e volle seguirli.
Stava sempre alcune decine di metri dietro a loro e rimuginava la sua vendetta mentre li osservava abbracciarsi teneramente come due fidanzatini.
Traditrice, pensava, devo fargliela pagare! ma la sua mente era molto occupata nel cercare di capiere la direzione di quei due, e questi erano pensieri vaghi in essa.
Li vide camminare a piedi sul marciapiede di una strada di città.
Giorgio era in estasi per merito del pompino di Laura e Matteo non poteva dargli torto, ne aveva già sperimentati molti, e sapeva quanta arte e passione ci mettesse la ragazza in questa pratica.
La sua bocca scorreva lungo tutta l'asta ora lentamente ora velocemente, seguendo i ritmi dell'uomo, e prolungando al massimo la durata del piacere: riusciì a far durare Giorgio per diversi minuti prima che questo le riempisse la bocca con tanto liquido caldo, senza che lei perdesse una sola goccia.
Matteo la osservò con attenzione mentre Giorgio esplodeva in lei, vide il suo sguardo fiero, felice di aver eccitato a tal punto un uomo, la osservò con passione mentre lei con la lingua puliva per bene il glande dell'amico, avrebbe voluto esserle di fronte mentre lei con un colpo secco mando giù lo sperma.
Ed invece gli toccava stare là dietro un albero, di fronte all finestra del suo migliore amico, a guardarlo mentre sollevava di peso Laura e la stendeva sul letto.
La gonna era ancora sollevata, le mutandine erano già tolte, gli rimaneva soltanto da togliere la camicetta e il reggiseno, cosa che fece prontamente.
Poi si dedicò a se stesso, spogliandosi velocemente dei propri abiti.
Si inginocchiò sul letto in mezzo alle gambe aperte di Laura che aveva preso a masturbarsi con la mano.
Il cazzo di Giorgio era di nuovo bene in tiro, lui lasciò che fosse Laura a mettergli il preservativo; la ragazza acconsentì di buon grado, svolgendo il compito con i tempi di uno spogliarello, cosa che fece arrapare ancora di più l'uomo, il quale non attese di più, la prese per le natiche, gliele sollevò e l'attirò a se, penetrandola di botto.
La cosa fece eccitare visibilmente Laura e quasi uccise Matteo, che in un anno di fidanzamento si era visto sempre negare quel frutto prelibato, lasciandosi concedere soltanto la bocca e il culo.
Quella sera avrei incontrato Emanuela.
L'avevo conosciuta in chat e solo dopo un paio di settimane avevo scoperto che lavorava nello stesso edificio della compagnia telefonica dove lavoravo io.
Lei era addetta alla compilazione delle bollette.
Io riparavo guasti e controllavo le credenziali di coloro che intendevano avere accesso alla Banca Dati di Nostro Signore.
Quando l'avevo conosciuta ero in crisi nei miei rapporti con Sara che, essendo rimasta incinta e avendo quindi svolto bene il suo compito, dopo un mese di assalti reiterati e selvaggi alla mia virilità era tornata soddisfatta alla naturale condizione di castità che aveva tenuto per tutta la vita.
Dormiva da sola e, quando era davanti a me, indossava sempre un camicione informe che le arrivava dal collo ai piedi.
I capelli erano chiusi da una cuffia.
Avevo scoperto in un vecchio manuale rinvenuto per caso, mentre procedevo ad una riparazione complicata in un sotterraneo abbandonato da secoli, che la direzione dei contatti di internet, non era stata sempre soltanto verticale, come ora, ma che una volta gli utenti potevano chiamarsi anche fra loro e non avevano rapporti solo con i loro confessori.
Internet era una rete, una volta, non un insieme di segmenti lineari che dai semplici utenti, per via verticale, arrivava fino alla mente di Nostro Signore.
Avevo letto di impulsi elettromagnetici, che non sapevo assolutamente cosa fossero, ma di sicuro non erano le intelligenze angeliche che si tenevano per mano e trasmettendosi fra loro i messaggi, li facevano arrivare dai semplici alla mente di Dio e viceversa.
D'altra parte avevo avuto già il sospetto che la trasmissione tra gli angeli che si annidavano nei fili del telefono, per una fila interminabile di individui, non potesse essere istantanea o quasi, come sembrava che accadesse quando stavo in chat con il mio confessore.
Ero stato zitto perché non intendevo essere purificato col fuoco per un sospetto di eresia.
E avevo pregato Sara in ginocchio di non raccontare al suo confessore che io, il marito, dopo quindici giorni che era diventata di nuovo casta, le ero saltato addosso tentando di violentarla.
Oggi non deve essere la mia giornata.Dove c.
ho messo le chiavi?Eccole,minchia ste tasche!Chiave sopra, un giro.Chiave sotto due giri.Adesso l' allarme ,1965 .eh eh che furbo che sono,la combinazione e' il mio anno di nascita .se lo sapessero i ladri si farebbero due risate !Dunque:chiavi,allarme ,quindi luci.Le luci,ah gia'le luci ,bisogna anche accendere le luci in negozio.Pero', sporchino sto pavimento.Bello e decantato il mio pavimento in marmo, pero' bastano due goccie di pioggia ed una scarpa bagnata per trasformarlo in un campo da motocross.
Vabe' sara la giornata , forse il tempo con le prime temperature estive.Quanti sono? Quindici gradi alle dieci del mattino .non male.
Non so se oggi sorridero'.Avrei fatto meglio a starmene a letto sotto le coperte.Al caldo con la mia leggera eccitazione mattutina.Una mano sul mio sesso e gli occhi chiusi a cercare fantasie impossibili.
Il caffe',maledetta abitudine.Non dovrei berlo il caffe',o meglio dovrei berne di meno con l'acidita' di stomaco che ho.Pazienza.
Chissenefrega.
Si vive una volta sola! (chi l'ha detto non credeva nella reincarnazione) Forse dovrei cominciare a pensare di meno e a lavorare di piu'.
E beviamoci sto caffe'.
-Buongiorno.C'e' nessuno?- Chi c.
entra alle 10.10 del mattino? Sara' il postino.
-Si arrivo , buongiorno- Oh la signora Recalcati.Minchia che palle la Recalcati.Un ora nel negozio per provare sette paia di scarpe e comprarne una durante i saldi tre mesi dopo! E pure alla mattina presto! -Oh buongiorno signora Recalcati.- -Che piacere vederla, come va?- -Venuta a vedere le nuove collezioni?- -Vuole un caffe'?Guardi ne sto preparando uno per me .- Strana la Recalcati oggi.Sembra quasi che non mi stia neanche a sentire.
Tra l' altro mi sembra che abbia anche gli occhi lucidi.
-Grazie , volentieri .
Un caffe lo bevo volentieri.- -Si volevo vedere dei sandali con un tacco non troppo alto.
Magari con dei laccettini e.in un marrone cognac.- -Ecco alloro io le faccio il caffe' e lei intanto da un occhiata ai modelli che ho esposti- (tanto lo so,ti bevi il ceffe,provi la tua decina di scarpe e poi mi dici che sono bellissime ma ci devi pensare.ma vaff.) Eccomi qua con il caffe':-signora Recalcati?- Si e' seduta la signora.
La stava baciando con molta passione e presto le infilò una mano nelle mutandine, di dietro, andando a solleticarle il solco del sedere.
Lei era sempre più visibilmente eccitata ma, forse per non perdere del tutto il controllo, faceva ancora un po' la ritrosa.
Ti prego, lasciami! Potrebbe arrivare qualcuno.
Gli disse neanche troppo convinta.
Zitta troietta.
Girati! Le disse lui per tutta risposta.
Incominciò a girarla e tenendole una mano nelle mutandine per accarezzarla in mezzo alle gambe, con l'altra le palpava il seno.
Mentre poi le infilava la lingua in bocca fino quasi a farle mancare il respiro, cominciò a premere il proprio bacino contro il suo culo per farle sentire quanto il proprio membro fosse già eccitato.
La minigonna che portava lei, così leggera, gli aveva facilitato un po' queste operazioni e la camicetta di seta che portava, veramente molto sottile, offriva ben poco ostacolo alla pressione della sua mano sulle tette sode, libere da alcun reggiseno.
Ad un certo punto si abbassò sotto di lei e, dopo averle tirato giù le mutandine le baciò le natiche.
Giratala poi verso il suo viso, prese ad accarezzarle con foga i glutei ed a baciarle tra le gambe quel suo dolce sesso.
Le infilò la lingua tra le sue altre labbra.
La lecco fuori sul clitoride bollente e dentro fin dove arrivava.
Sentì quanto lei fosse eccitata e già così ben lubrificata.
Ma non era quello il suo obiettivo.
Dopo un po', quando capì che lei aveva ormai perso quasi ogni cognizione, si tirò nuovamente su e, dopo averla rigirata, le alzò la gonnellina.
Le fece anche abbassare un po' la schiena per meglio farle sporgere quelle stupende natiche.
Prima che lei se ne accorgesse (era infatti così eccitata da avere lo sguardo perso come se si fosse fatta una dose) , tirò fuori il suo pene di tutto rispetto ed incominciò a passarglielo su e giù in mezzo alle natiche: tra la fessura bagnata ed il buco dell'ano.
Vedrai che questo ti piacerà.
Le disse incominciando a spingere con la punta dell'uccello in quel bel buchino così stretto.
Ehi, cosa stai facendo? Mi stai facendo male.
Passati i primi secondi di stupore e meraviglia, iniziò a farsi strada in lui un forte sentimento di odio nei confronti della ragazza, sentimento che cresceva con l'aumentare del numero di pompate che Giorgio dava alla partner.
Mentre stava per accarezzare l'idea di entrare in casa dell'amico e sctenare un putiferio, si risvegliò di colpo dal sogno.
Ripensando a questo Matteo si stava vestendo: doveva fare in fretta, era già in ritardo.
Però, che sogno, pensò, ma no! è soltanto un sogno, non può succedere veramente! Non ci pensò più mentre correva velocemente per la strada quasi deserta nella stagione estiva, mentre suonava a casa della ragazza senza sentire risposta.
Gli tornarono in mente quelle figure dopo aver provato a chiamarla più volte sul cellulare, anche lì senza avere risposta.
Se ne è dimenticata, pensò, oppure.
Non terminò la frase, perchè si mise immediatamente in viaggio verso la casa dell'amico Giorgio.
Vi arrivò dopo pochi minuti.
Con fare deciso entrò nel giardino: non c'era pericolo che qualcuno lo vedesse, a quell'ora in quel quartiere, e poi c'era tanta vegetazione.
Ripercorse con la morte nel cuore la strada fatta nel sogno, arrivando davanti alla finestra della camera.
Prese fiato e si fece coraggio, si sollevò a guardare e immediatamente volle morire: stesi abbracciati sul letto c'erano Giorgio e Laura, sul pavimento i vestiti che gli aveva visto addosso nel sogno.
Non era abituato Valerio a simili sforzi, non era abituato ad essere respinto e abbandonato.
Passava la notte a piangere la sua espulsione dal giardino delle delizie e la cosa precipitò quando in una di quelle notti angosciose, nonostante il divieto assoluto di Letizia, quasi fuori di sé dal dolore, non si era recato nella stanza della madre.
Al lume fioco di una lucerna aveva intravisto la madre che si faceva riempire tutti gli orifizi dai tre schiavi più nerboruti della casa e i gemiti, i singhiozzi e le urla bestiali che fuoriuscivano dal mucchio selvaggio gli erano entrati nel cervello e sembravano non volerne più uscire.
Nei giorni seguenti Valerio divenne più cupo, scostante, irascibile; lui prima così mite e gioviale! Cominciò ad immaginare che la consueta bonomia e familiarità con la quale lo trattavano gli schiavi che usavano intrattenere la madre fosse un modo subdolo per schernirlo e questo rinfocolava l'odio che aveva cominciato a nutrire per Letizia.
Lui, una volta così ingenuo! La quale non sapeva di essere stata osservata da suo figlio durante una selle sue orge notturne e immaginava, lei si ingenuamente, che l'astio che avvertiva pesantemente in Valerio fosse semplicemente l'effetto della cacciata dal paradiso.
Letizia, sebbene un po' frivola e sbadata, era una donna intelligente quindi sapeva che il figlio avrebbe potuto accantonare, almeno momentaneamente, il desiderio di lei, sono se avesse desiderato ardentemente un'altra femmina.
Si preoccupò di trovare quindi l'altra e scelse Filomena, una schiava della casa, diciassettenne, che lei reputava bellissima, a mio avviso, perché le somigliava molto.
In realtà, ad una persona all'oscuro dei legami della famiglia, le due donne sarebbero sembrate sorelle: Filomena era solo di una sottile sfumatura più chiara di pelle, di capelli e di occhi, di Letizia.
ma la corporatura, le labbra, il petto e il sedere sarebbero stati difficilmente distinguibili, anche alla prova del tatto, in un incontro notturno.
Letizia allora spiegò alla giovane che cosa avrebbe dovuto fare, le diede del denaro, gliene promise altro e si dispose ad attendere gli eventi.
La trovò che era dietro il bancone del centralino da sola.
Non che solitamente ci fosse con qualcuno, ma in quel momento vi si trovava veramente sola.
Neanche una persona attorno.
Il bar a fianco era oramai chiuso per ferie e dagli uffici difficilmente sarebbe arrivato qualcuno.
La porta che dava sul cortiletto d'ingresso era poi chiusa per sicurezza.
Era lì, carina come sempre e con quello sguardo da puttanella perennemente sul viso.
Le piaceva rimirarsi allo specchio e farsi guardare a sua volta.
Sapeva di essere molto carina.
Di aver delle belle gambe, un bel seno (piccolo ma ben tornito) , ed un culetto invidiabile.
Forse di viso non era poi un granché, ma vi assicuro che c'era veramente di peggio.
Unico altro difetto era una leggera gobbità sulla schiena, ma su quello ci si poteva passare sopra.
La salutò come al solito e si diresse dietro il bancone.
Lei, ignara, incominciò a chiedergli come stava, cosa avrebbe fatto per le vacanze ed altre amenità del genere.
Incominciò ad avere solo qualche dubbio guardandolo negli occhi.
La voglia gli si poteva infatti leggere chiaramente in faccia.
Lo sai che ogni tanto penso di fare del sesso con te? le disse incominciando ad accarezzarle una guancia.
Ma cosa stai dicendo? Sei impazzito? rispose lei ridendo incerta.
Si vedeva però che la cosa la lusingava quasi.
Non era abituato Valerio a simili sforzi, non era abituato ad essere respinto e abbandonato.
Passava la notte a piangere la sua espulsione dal giardino delle delizie e la cosa precipitò quando in una di quelle notti angosciose, nonostante il divieto assoluto di Letizia, quasi fuori di sé dal dolore, non si era recato nella stanza della madre.
Al lume fioco di una lucerna aveva intravisto la madre che si faceva riempire tutti gli orifizi dai tre schiavi più nerboruti della casa e i gemiti, i singhiozzi e le urla bestiali che fuoriuscivano dal mucchio selvaggio gli erano entrati nel cervello e sembravano non volerne più uscire.
Nei giorni seguenti Valerio divenne più cupo, scostante, irascibile; lui prima così mite e gioviale! Cominciò ad immaginare che la consueta bonomia e familiarità con la quale lo trattavano gli schiavi che usavano intrattenere la madre fosse un modo subdolo per schernirlo e questo rinfocolava l'odio che aveva cominciato a nutrire per Letizia.
Lui, una volta così ingenuo! La quale non sapeva di essere stata osservata da suo figlio durante una selle sue orge notturne e immaginava, lei si ingenuamente, che l'astio che avvertiva pesantemente in Valerio fosse semplicemente l'effetto della cacciata dal paradiso.
Letizia, sebbene un po' frivola e sbadata, era una donna intelligente quindi sapeva che il figlio avrebbe potuto accantonare, almeno momentaneamente, il desiderio di lei, sono se avesse desiderato ardentemente un'altra femmina.
Si preoccupò di trovare quindi l'altra e scelse Filomena, una schiava della casa, diciassettenne, che lei reputava bellissima, a mio avviso, perché le somigliava molto.
In realtà, ad una persona all'oscuro dei legami della famiglia, le due donne sarebbero sembrate sorelle: Filomena era solo di una sottile sfumatura più chiara di pelle, di capelli e di occhi, di Letizia.
ma la corporatura, le labbra, il petto e il sedere sarebbero stati difficilmente distinguibili, anche alla prova del tatto, in un incontro notturno.
Letizia allora spiegò alla giovane che cosa avrebbe dovuto fare, le diede del denaro, gliene promise altro e si dispose ad attendere gli eventi.
Tanto per cominciare trovò aperta la porta per comunicare al ragazzo la sua personale avversione per le sozzure del corpo femminile.
Poi per la bassezza e l'ignominia dei costumi delle matrone romane.
Quindi rinforzò nel ragazzo la convinzione che a causa dei peccati di lussuria la nuova Babilonia, città infernale, sarebbe stata distrutta dalle fiamme.
Alla fine Andrea cominciò a portarsi in giro Valerio come testimonio, mentre raccontava la storia del ragazzo, così densa di insegnamenti e di curiosità per gli aristocratici che lui intendeva convertire.
Letizia era una donna forte e sopportò con abnegazione la separazione col figlio, ma si irritò ferocemente quando fra la gente del suo ceto cominciò a diffondersi la fama, perfino ornata e distorta, per quanto si poteva, di quello che aveva fatto col figlio.
Riuscita ad avere con lui un abboccamento, quando provò a ricordargli che un vero uomo non andava a dire in giro che cosa faceva con le signore, in special modo quando le signore erano le madri, ne ebbe risposte insultanti e sguardi sprezzanti.
Provò a ricordare al figlio che avrebbe potuto e dovuto difendersi dai suoi insulti, ma quello niente.
Allora, uscita dal colloquio, andò direttamente dal suo avvocato che, dopo una lunga spiegazione, la convinse a denunciare il figlio perché aveva tentato di violentarla.
Alla udienza preliminare, Valerio condusse con sé Andrea e i due insieme accusarono Letizia di essersi introdotta a tradimento nel letto del figlio, sollazzandolo in tutte le maniere che una matrona esperta sapeva mettere insieme, ma la descrizione che aveva impressionato il giudice, si dimostrò una fantasia quando Letizia fece introdurre Filomena che, con gli occhi bassi, spiegò come fosse lei la compagna degli eccessi notturni del giovane Valerio.
La somiglianza tra Letizia e la giovane schiava era tale che sembrava chiara la possibilità che la mente sconvolta di Valerio avesse potuto confondersi.
Lei aveva pianto e tra le lacrime mi aveva detto, dispiaciuta per la mia ignobiltà: Mi avresti trascinato nella vergogna del peccato? Perché volevi farmi questo? Cosa ti ho fatto? Non sono forse una brava moglie? Io mi ero messo in ginocchio davanti a lei, avevo chiesto pietà e mi ero pentito vistosamente, ma non sapevo se l'avevo davvero convinta.
Allora avevo riattivato i collegamenti che avevo visto interrotti nei sotterranei, ci avevo messo un interruttore che avrei comandato a distanza e, ridendo per gli scemi che credevano alle favole sulla rete che era metafora materiale della composizione dell'universo, e irato con la Gerarchia che teneva gli esseri umani nell'ignoranza, avevo cominciato a cercare di mettermi in contatto con altri utenti.
Non era stata semplice la ricerca.
Il timore di essere scoperto, mi rendeva cauto.
Quando sentivo che il destinatario dei miei messaggi era sospettoso, dichiaravo di essere un controllore dell'Episcopato e la sola pronuncia di quel nome toglieva agli utenti la voglia di indagare.
Poi avevo trovato Emanuela che aveva accettato di parlare con me.
Chi sei? aveva chiesto la prima volta.
Un tuo ammiratore, avevo risposto io quando avevo capito che si trattava di una donna.
E un po' alla volta ci eravamo confessati le nostre pene.
Quando era arrivata a dirmi che dopo aver avuto un figlio, suo marito era tornato casto, per seguire i dettami della Gerarchia, e lei piangeva in silenzio per la mancanza di affetto, mi ero sentito coinvolto e solidale e dopo una pausa di silenzio, avendo osato chiederle se lei, nell' intimità con suo marito, aveva qualche volta desiderato di togliersi il camicione che la copriva dal collo ai piedi, era rimasta tanto tempo senza rispondere che avevo pensato che se ne fosse andata offesa.
Invece quando stavo per chiudere il collegamento, sullo schermo era apparso: Emanuela > si.
Nei giorni seguenti le avevo parlato delle bugie della Gerarchia, avevo irriso gli angeli che si tenevano per mano nei fili del telefono, avevo messo in dubbio che La Banca Dati di Nostro Signore fosse letteralmente la mente di Dio.
Mi spinge sul divano, mi sfila pantaloni e mutande e in un secondo la sua lingua sta gia' rovistando tra le mie palline.
dai, che stai a fare adesso? riesco a dire, mentre il mio membro inizia rapido la sua crescita.
Starei delle ore ad osservarla quando lavora sul mio sesso, adoro i suoi meravigliosi occhi blu puntati su di me.
La sua lingua scorre lungo l'asta del pene, fino alla cappella per poi fermarsi a giocare con la punta.
Allora? .
non ti sembro un'altra? S.
s.
Siii.
cioe', .
n .
nooo, .
lo so che sei sempre tu amore! Non vuoi che sia un'altra? Oh Claudia.
penso tra me, quante persone vuoi essere?.
non ho bisogno di altre da quando ti conosco, ma non glielo dico.
.
lo so che lo sa.
La sua saliva si confonde con le prime goccioline del mio liquido.
Socchiude la bocca e usa le labbra per masturbarmi nella parte anteriore del mio membro.
e' quanto di piu' dolce e sensuale possa desiderare.
un bacio continuo, in attesa del mio orgasmo.
Claudia ci sono i miei che ci aspettano di la' le dico.
Lo so, .
ma voglio farti venire.
Apre le labbra e fa scorrere il mio pene dentro di se.
sento il mio membro circondato dalla sua bocca, e ogni suo movimento mi fa impazzire di piacere.
Con una mano accarezza lo scroto indurito, e con l'altra inizia ad assecondare il movimento della sua bocca, con una lieve torsione ad ogni colpo.
e' un classico gia' visto, ma e' un piacere infinito per me, lo preferisco di gran lunga al rapporto vaginale.
Vorrei trattenermi, vorrei riuscire a fermare questo piacere intenso.
vorrei vivere provando sempre questa emozione.
lei, i suoi occhi blu, la sua mano, i suoi cuscinetti rosa intorno al mio cazzo, il suo movimento, i suoi nuovi capelli biondi corti.
lei rallenta, io sto venendo e lei rallenta sapientemente sempre di piu'.
io cerco di soffocare i miei gemiti, .
vengo.
ho delle contrazioni e lei continua lentamente.
Il desiderio di lei cresceva ansioso e prorompente.
Lo sentivo come un dolore quasi fisico.
La tenevo tra le braccia, ma non mi bastava.
Volevo possederla, il suo fisico, la sua mente, i suoi desideri più oscuri.
La scostai di nuovo e continuai a sbottonarle il vestito.
Le mani mi tremavano.
Gliele posai sui seni.
Le cercai lo sguardo, ma aveva gli occhi di nuovo chiusi.
Si mordicchiava le labbra.
Cominciai a palparle i seni.
Le accarezzai il collo e sentii il cuore che le batteva nelle vene.
Le tolsi il reggiseno e le sollevai leggermente i seni, misurandoli, valutando il loro peso tra le mani.
Le mie dita sprofondavano in quella carne pallida e delicata.
In quel momento lì la sentivo soggetta a me, il suo corpo reagiva alle mie carezze, la sentivo ansimare.
Le baciai i capezzoli e li sentii indurirsi.
Li sfiorai con la lingua.
Tremava tutta.
Le sollevai le falde del vestito e le infilai la mano tra le cosce, accarezzandone la parte interiore.
Discostò le gambe lasciandomi fare.
Avevo una mano sui seni e l'altra tra le cosce.
Sollevai il viso e le sussurai Le labbra.
Dammi le labbra.
La mattina quando mi svegliai lei non c'era.
Pian piano mi resi conto che non c'è stata mai.
Avevo fatto lo stesso sogno.
Chissà lei dove era.
A Milano? In un'altra città? Preparava un concerto? Non immaginava neanche che da qualche parte nel mondo una donna la volesse più di qualsiasi altra cosa.
Mi alzai.
Ero fradicia di sudore.
Monica, la mia amante, festeggia il suo venticinquesimo compleanno.
Lavoriamo a stretto contatto di gomito, nello stesso reparto di chirurgia generale.
Incrociandola nello spogliatoio, prima di prendere servizio, le ho promesso che esaudirò ogni suo desiderio.
Se le nostre colleghe di lavoro venissero a conoscenza del rapporto affettivo che ci lega ne resterebbero scandalizzate, perché la gente giudica indecente il legame d'amore che s'instaura fra due donne, ma non è facile, per chiunque, vivere liberamente la propria omosessualità senza subire condizionamenti di sorta.
Il sesso nel nostro rapporto non è tutto e nemmeno lo è il sentimento d'amore che nutriamo una per l'altra.
Monica è davvero speciale.
La primitiva attrazione che ho avvertito nei suoi confronti fin dall'inizio della nostra relazione è andata vieppiù trasformandosi in passione ed ora non mi da più pace.
Prima di lei ho avuto altre storie, altri amori, ma nessun'altra compagna di letto ha saputo appagare i miei sensi come a fatto lei.
Il dominio che esercita su di me non è solo fisico, ma soprattutto morale e intellettuale.
Mi ha resa sua schiava e sono compiaciuta del potere che esercita su di me perché mi fa sentire importante.
Sono lesbica.
Lo sono da sempre, dalla nascita credo.
Ma non ho in odio gli uomini.
Quando mi domandano se nel rapporto sessuale con una donna mi manca qualcosa, rispondo che sono in grado d'avere un'erezione e mantenerla per ore, meglio di un uomo, rotolandomi in un letto, sfregando il mio sesso su quello della mia compagna, da sopra, da sotto, di fianco, facendola venire, sempre.
Monica mi ha fatto scoprire un mondo di cui ero all'oscuro, un mondo in cui la passione viene innalzata a grado superiore, privilegiando elementi quali la sottomissione, l'ubbidienza e la devozione.
Ci siamo conosciute qualche mese fa, quando ha preso servizio in clinica.
Nel periodo, però, nel quale odiava la madre per averlo scacciato da sé, l'idea che un po' di quel fuoco avrebbe potuto purificare la casa, con la madre dentro, lo aveva sfiorato più volte e lui aveva chiesto delucidazioni sull' avvenimento ad Andrea.
Così era nata un'amicizia che Andrea aveva sperato potesse portare alla conversione.
Nel periodo della relazione vulcanica con Letizia, l'attenzione di Valerio nei confronti di Andrea si era di nuovo raffreddata, ma comunque sussisteva e Andrea seraficamente aspettava di potersene servire.
Letizia commise un errore.
Una notte nella quale il piatto forte del menù era stato il buco del sedere, l'antipasto la bocca, la fica il secondo e bacini e leccate il dolce, stanca anche perché lei non poteva dormire tutto il giorno come suo figlio, si era addormentata.
Quando la luce del sole gli aveva ferito gli occhi, Valerio si era trovato inopinatamente accanto l' oggetto del desiderio e, commosso, aveva cominciato a trastullarlo.
Letizia si moveva come una gatta soddisfatta, ma quando Valerio le aveva girato il viso per baciarla in bocca si era accorto di chi realmente ella era.
A Valerio era crollato addosso il mondo.
Dopo aver lottato duramente per innamorarsi di Filomena e riuscire a dimenticare sua madre, dopo essere riuscito ad entrare in un nuovo paradiso, si accorgeva che la sua lotta era stata ridicola e che la conquista del paradiso in realtà riguardava il suo personale inferno quotidiano! Una profusione di energia per girare in tondo e ritrovarsi invischiato nel fango! Fuori di sé Valerio prese a calci Letizia, la cacciò dal letto, la minacciò di denuncia.
Poi se ne andò da casa e trovò rifugio da Andrea, il quale fece di tutto per approfittare dello sconvolgimento della psiche del discepolo.
E gettava un luce di forte sospetto sul fatto che il giovane, avendo frainteso sulla identità della sua visitatrice notturna, avesse potuto tentare di forzare, di giorno, invece della schiava, la propria madre.
L'udienza fu aggiornata, ma nelle sedute seguenti la posizione dei due correligionari peggiorò perché all' insistenza di costoro sulla corruzione ormai non provabile di Letizia, ella li accusò di sodomia e produsse testimoni, neanche falsi, perché trovò molti pronti s giurare che i due si appartavano per tempi lunghissimi a discutere di chissà cosa e a fare chissà cosa.
Alla fine, specialmente il comportamento di Andrea, aggressivo e irrispettoso della corte portò i due ad essere arrestati con il rischio di essere condannati a morte.
Letizia, che amava il figlio più della propria vita e Valerio, che era diventato nemico della madre perché aveva pensato che lei lo avesse rifiutato, avendo capito in quale vicolo a scapicollo si erano messi, avrebbero voluto tornare indietro.
Valerio, anzi, aveva riflettuto e aveva capito quanto Letizia in realtà lo amasse e aveva fatto un pensiero sulla possibilità di ricominciare il menage dove lo avevano interrotto.
Letizia pensava che il figlio avesse sofferto abbastanza e potesse essere perdonato se avesse rinunciato alle chiacchiere che spargeva nel circondario.
Alla udienza finale quindi Letizia c'era andato con l'idea di dire che il tentativo di violenza non era poi stato così efferato e Valerio che in effetti lui aveva fatto l'amore con la giovane schiava che tanto somigliava alla madre, ma Andrea non era d'accordo.
Era riuscito a convertire Valerio e a toglierlo dal peccato.
Quando Letizia aveva dichiarato che l'aggressione di Valerio era stata provocata dalla naturale libidine, sconvolta da una passione giovanile incontrollabile, Andrea, intuendo la manovra di lei per togliergli l'affetto e l'amicizia di Valerio, l'aveva insultata.
Quando Valerio aveva fatto la sua dichiarazione spontanea nella quale diceva che poteva essersi sbagliato e che in effetti la donna che aveva frequentato il suo letto, poteva essere Filomena, si era adirato, aveva dato in escandescenze, lo aveva aggredito.
Letizia allora, vedendo suo figlio così bistrattato, si era intromessa, mentre le guardie cercavano di separare i contendenti e aveva affrontato Andrea impettita e sprezzante.
Allora Andrea, nonostante fosse retto dalle guardie, aveva invocato il suo dio e un fulmine aveva rotto il tetto e incenerito la donna.
Filomena era una ragazza bella e sciocca, come molte altre in quei tempi peccaminosi, ma esperta per natura e per educazione, in civetterie galanti e non ci mise molto a catturare le attenzioni in libera uscita di Valerio.
Dopo un po' la casa, famosa dalla morte del pater familias per essere severa e silenziosa, cominciò a risuonare delle grida e delle risate dei due giovani che si inseguivano, giocavano alla lotta, si toccavano in tutte le prominenze e gli anfratti, senza pudore.
Letizia si sentiva contenta, ma non tanto quanto aveva immaginato e il fatto che Valerio, nonostante la nuova felicità nella quale era immerso, non attenuasse il suo astio per lei, le indusse una punta di gelosia.
Letizia però era una donna matura e respinse questa pulsione nelle pieghe insondabili dell'es, ma non poté sopportare la sfacciataggine di Valerio quando durante la cena che usavano consumare insieme, cominciò a raccontare i particolari dei giuochi notturni con i quali i due giovani amanti usavano sollazzarsi.
Non che Letizia fosse scandalizzata, ma l'audacia di lui la sconvolse, e anche la sua cattiveria.
Cosa gli ho fatto - si chiedeva la donna - perché mi debba insultare in questo modo? Quando il figlio aveva accennato ai rapporti orali che aveva intrattenuto con la bella Filomena, Letizia si era alzata e, impettita, senza assolutamente smuovere le natiche, si era allontanata dalla sala da pranzo.
Però non era vero che Valerio fosse felice quanto dava ad intendere; certo le attenzioni di Filomena lo inorgoglivano; le sue specialità lo scioglievano in brodo di giuggiole, ma lui continuava a nutrire rancore per l'abbandono e per il tradimento e quindi a cercare di vendicarsi.
Per cui continuò con le provocazioni fino all'ultima che fu quella di farsi accompagnare da Filomena ai pasti serali che consumava con la madre.
Letizia questa volta non piegò una costola.
Guardava i due distaccata, anche quando le loro effusioni lascive erano diventate impudenti, ma decise di porre fine a quella situazione.
Tanto per cominciare il giorno successivo fece frustare Filomena, non tanto violentemente da causare danni troppo evidenti, ma si da tenere lontana la ragazza per qualche settimana dalle sedute notturne con Valerio.
Filomena era una ragazza bella e sciocca, come molte altre in quei tempi peccaminosi, ma esperta per natura e per educazione, in civetterie galanti e non ci mise molto a catturare le attenzioni in libera uscita di Valerio.
Dopo un po' la casa, famosa dalla morte del pater familias per essere severa e silenziosa, cominciò a risuonare delle grida e delle risate dei due giovani che si inseguivano, giocavano alla lotta, si toccavano in tutte le prominenze e gli anfratti, senza pudore.
Letizia si sentiva contenta, ma non tanto quanto aveva immaginato e il fatto che Valerio, nonostante la nuova felicità nella quale era immerso, non attenuasse il suo astio per lei, le indusse una punta di gelosia.
Letizia però era una donna matura e respinse questa pulsione nelle pieghe insondabili dell'es, ma non poté sopportare la sfacciataggine di Valerio quando durante la cena che usavano consumare insieme, cominciò a raccontare i particolari dei giuochi notturni con i quali i due giovani amanti usavano sollazzarsi.
Non che Letizia fosse scandalizzata, ma l'audacia di lui la sconvolse, e anche la sua cattiveria.
Cosa gli ho fatto - si chiedeva la donna - perché mi debba insultare in questo modo? Quando il figlio aveva accennato ai rapporti orali che aveva intrattenuto con la bella Filomena, Letizia si era alzata e, impettita, senza assolutamente smuovere le natiche, si era allontanata dalla sala da pranzo.
Però non era vero che Valerio fosse felice quanto dava ad intendere; certo le attenzioni di Filomena lo inorgoglivano; le sue specialità lo scioglievano in brodo di giuggiole, ma lui continuava a nutrire rancore per l'abbandono e per il tradimento e quindi a cercare di vendicarsi.
Per cui continuò con le provocazioni fino all'ultima che fu quella di farsi accompagnare da Filomena ai pasti serali che consumava con la madre.
Letizia questa volta non piegò una costola.
Guardava i due distaccata, anche quando le loro effusioni lascive erano diventate impudenti, ma decise di porre fine a quella situazione.
Tanto per cominciare il giorno successivo fece frustare Filomena, non tanto violentemente da causare danni troppo evidenti, ma si da tenere lontana la ragazza per qualche settimana dalle sedute notturne con Valerio.
Nel periodo, però, nel quale odiava la madre per averlo scacciato da sé, l'idea che un po' di quel fuoco avrebbe potuto purificare la casa, con la madre dentro, lo aveva sfiorato più volte e lui aveva chiesto delucidazioni sull' avvenimento ad Andrea.
Così era nata un'amicizia che Andrea aveva sperato potesse portare alla conversione.
Nel periodo della relazione vulcanica con Letizia, l'attenzione di Valerio nei confronti di Andrea si era di nuovo raffreddata, ma comunque sussisteva e Andrea seraficamente aspettava di potersene servire.
Letizia commise un errore.
Una notte nella quale il piatto forte del menù era stato il buco del sedere, l'antipasto la bocca, la fica il secondo e bacini e leccate il dolce, stanca anche perché lei non poteva dormire tutto il giorno come suo figlio, si era addormentata.
Quando la luce del sole gli aveva ferito gli occhi, Valerio si era trovato inopinatamente accanto l' oggetto del desiderio e, commosso, aveva cominciato a trastullarlo.
Letizia si moveva come una gatta soddisfatta, ma quando Valerio le aveva girato il viso per baciarla in bocca si era accorto di chi realmente ella era.
A Valerio era crollato addosso il mondo.
Dopo aver lottato duramente per innamorarsi di Filomena e riuscire a dimenticare sua madre, dopo essere riuscito ad entrare in un nuovo paradiso, si accorgeva che la sua lotta era stata ridicola e che la conquista del paradiso in realtà riguardava il suo personale inferno quotidiano! Una profusione di energia per girare in tondo e ritrovarsi invischiato nel fango! Fuori di sé Valerio prese a calci Letizia, la cacciò dal letto, la minacciò di denuncia.
Poi se ne andò da casa e trovò rifugio da Andrea, il quale fece di tutto per approfittare dello sconvolgimento della psiche del discepolo.
Fra di noi si è subito instaurato un rapporto di simpatia e complicità che è andato oltre la semplice comunanza.
Una sera, poche settimane dopo la sua venuta in clinica, incrociandomi nell'ascensore, mi guardò negli occhi e mi spinse contro una parete del vano mobile, poi mi attirò a sé facendomi assaggiare il sapore della sua bocca.
Subii il furore dei suoi baci senza reagire, fintanto che le sue labbra schiusero le mie inumidendo i denti che tenevo congiunti ma che aprii quasi subito lasciandomi penetrare dal flusso scabro della sua lingua.
Provo un'attrazione primordiale per Monica, né subisco il fascino e sono lusingata dalle carezze che offre ad ogni anfratto del mio corpo.
Subisco l'arte della sua seduzione e non so starne lontana.
Lei ordina ed io ubbidisco.
Una cagna in calore: quella sono io per lei.
Sono conscia che il nostro rapporto potrebbe interrompersi da un giorno all'altro, durare fino alla prossima estate o magari continuare all'infinito.
Quello che so è che appena troverà un posto di lavoro in un ospedale vicino a casa se ne tornerà in Calabria e mi lascerà sola, a rimpiangerla.
Monica mi ha promesso una scopata selvaggia.
Da stamani, incrociandomi nei corridoi della clinica, mi perseguita confidandomi che ha voglia della mia fica eccitandomi oltre misura.
Voglio soddisfare ogni sua voglia, desidero che la sua bocca si adagi sul mio pube e adorni di freschi baci le labbra della mia passera accerchiando il clitoride di saliva, spompinandomelo fino a farmi urlare di dolore, e non m'importa se corriamo il rischio di farci scoprire da qualcuna delle nostre colleghe di lavoro.
Abbandono il reparto con qualche minuto d'anticipo lasciando le consegne a una collega del turno pomeridiano.
Carpisco dall'armadio del guardaroba un paio di lenzuola e scendo le scale per andare negli spogliatoi.
Il deposito dove sono ammucchiate le reti metalliche e i telai di letti è posto in una stanza attigua i gabinetti, poco oltre gli spogliatoi.
La porta del locale è socchiusa.
Sospingo l'uscio ed entro nel ricovero.
La stanza è quasi completamente sgombra di letti.
Da una piccola finestrella filtra la luce che illumina il locale e serve a dare aria all'ambiente.
E gettava un luce di forte sospetto sul fatto che il giovane, avendo frainteso sulla identità della sua visitatrice notturna, avesse potuto tentare di forzare, di giorno, invece della schiava, la propria madre.
L'udienza fu aggiornata, ma nelle sedute seguenti la posizione dei due correligionari peggiorò perché all' insistenza di costoro sulla corruzione ormai non provabile di Letizia, ella li accusò di sodomia e produsse testimoni, neanche falsi, perché trovò molti pronti s giurare che i due si appartavano per tempi lunghissimi a discutere di chissà cosa e a fare chissà cosa.
Alla fine, specialmente il comportamento di Andrea, aggressivo e irrispettoso della corte portò i due ad essere arrestati con il rischio di essere condannati a morte.
Letizia, che amava il figlio più della propria vita e Valerio, che era diventato nemico della madre perché aveva pensato che lei lo avesse rifiutato, avendo capito in quale vicolo a scapicollo si erano messi, avrebbero voluto tornare indietro.
Valerio, anzi, aveva riflettuto e aveva capito quanto Letizia in realtà lo amasse e aveva fatto un pensiero sulla possibilità di ricominciare il menage dove lo avevano interrotto.
Letizia pensava che il figlio avesse sofferto abbastanza e potesse essere perdonato se avesse rinunciato alle chiacchiere che spargeva nel circondario.
Alla udienza finale quindi Letizia c'era andato con l'idea di dire che il tentativo di violenza non era poi stato così efferato e Valerio che in effetti lui aveva fatto l'amore con la giovane schiava che tanto somigliava alla madre, ma Andrea non era d'accordo.
Era riuscito a convertire Valerio e a toglierlo dal peccato.
Quando Letizia aveva dichiarato che l'aggressione di Valerio era stata provocata dalla naturale libidine, sconvolta da una passione giovanile incontrollabile, Andrea, intuendo la manovra di lei per togliergli l'affetto e l'amicizia di Valerio, l'aveva insultata.
Quando Valerio aveva fatto la sua dichiarazione spontanea nella quale diceva che poteva essersi sbagliato e che in effetti la donna che aveva frequentato il suo letto, poteva essere Filomena, si era adirato, aveva dato in escandescenze, lo aveva aggredito.
Letizia allora, vedendo suo figlio così bistrattato, si era intromessa, mentre le guardie cercavano di separare i contendenti e aveva affrontato Andrea impettita e sprezzante.
Allora Andrea, nonostante fosse retto dalle guardie, aveva invocato il suo dio e un fulmine aveva rotto il tetto e incenerito la donna.
Arrischio a congiungere le cosce.
Lei attanaglia le mie ginocchia con le mani tenendole scostate con la forza delle braccia.
- Basta.
basta.
ti prego.
ti prego.- imploro.
La sua abnegazione non ha fine.
Mi spoglio delle residue difese e mi abbandono in maniera definitiva al potere delle sue labbra.
Il cuore mi pulsa in maniera disordinata, sono confusa.
Monica è insaziabile, il ritmo forsennato con cui mi sta leccando la passera mi riempie di sudore in tutto il corpo eccitandomi a dismisura.
- Ancora.
ancora.
- Vengo.vengo.
- Sì.
sì.
è bello.
è bello.
- Godo.
godoo.
godoooo.
Mi tuffo nella sua fica cingendola d'assedio.
Divarico le labbra per abbeverarmi del nettare che fuoriesce copioso dalla piccola fessura e di cui vorrei ubriacarmene fino a stare male.
Scivolo con la lingua nell'intimità del suo corpo stimolando con l'estremità il suo clitoride, decisamente più in carne del mio.
Passo la lingua sulla sommità del corpo erettile ungendolo di saliva, dopodiché assalto la radice e inizio a spompinarlo per intero fino a eclissarmi con la bocca in tutti i suoi recessi.
Lei ha una serie di orgasmi multipli molto più intensi rispetto a quelli che ha procurato a me in precedenza.
Mi compiaccio nel sentirla fremere di piacere, sentirla urlare in questo modo mi illude di avere assimilato lo stesso suo potere, ma so che non è così.
Monica incrocia le cosce fra le mie e inizia a sfregare il clitoride sulle labbra della mia fica.
In perfetto accordo trasciniamo i nostri clitoridi, ritti e turgidi, uno sull'altro.
Monica ha il sopravvento su di me e mi conduce a una danza che ormai conosco bene e mi eleverà all'estasi erotica.
Sto per addentrarmi in questo delirante piacere quando l'uscio della porta si apre e non siamo più sole.
- Troie! - strilla una voce maschile che credo di conoscere molto bene.
Riprendiamo a strofinarci infischiandocene di tutto e di tutti, consce che la vita è breve e non bisogna negarsi nulla.
Il desiderio di lei cresceva ansioso e prorompente.
Lo sentivo come un dolore quasi fisico.
La tenevo tra le braccia, ma non mi bastava.
Volevo possederla, il suo fisico, la sua mente, i suoi desideri più oscuri.
La scostai di nuovo e continuai a sbottonarle il vestito.
Le mani mi tremavano.
Gliele posai sui seni.
Le cercai lo sguardo, ma aveva gli occhi di nuovo chiusi.
Si mordicchiava le labbra.
Cominciai a palparle i seni.
Le accarezzai il collo e sentii il cuore che le batteva nelle vene.
Le tolsi il reggiseno e le sollevai leggermente i seni, misurandoli, valutando il loro peso tra le mani.
Le mie dita sprofondavano in quella carne pallida e delicata.
In quel momento lì la sentivo soggetta a me, il suo corpo reagiva alle mie carezze, la sentivo ansimare.
Le baciai i capezzoli e li sentii indurirsi.
Li sfiorai con la lingua.
Tremava tutta.
Le sollevai le falde del vestito e le infilai la mano tra le cosce, accarezzandone la parte interiore.
Discostò le gambe lasciandomi fare.
Avevo una mano sui seni e l'altra tra le cosce.
Sollevai il viso e le sussurai Le labbra.
Dammi le labbra.
La mattina quando mi svegliai lei non c'era.
Pian piano mi resi conto che non c'è stata mai.
Avevo fatto lo stesso sogno.
Chissà lei dove era.
A Milano? In un'altra città? Preparava un concerto? Non immaginava neanche che da qualche parte nel mondo una donna la volesse più di qualsiasi altra cosa.
Mi alzai.
Ero fradicia di sudore.
Matteo si sveglia di colpo, come se l'avessero buttato giù dal letto; sgrana gli occhi, per un attimo boccheggia, poi capisce di non essere più tra le braccia di Morfeo e guarda la sveglia: 7.00 del mattino.
C*!:o, la sveglia: non l'ha sentita, ed è in ritardo di mezz'ora.
Dovrebbe già essere in viaggio verso la casa di Laura per poi partire per le vacanze, ed invece è ancora a letto.
Ho sbagliato ad uscire con gli amici ieri sera, pensa, ho bevuto come una spugna ed ora guarda come sono ridotto! Mentre velocemente si sta lavando e rivestendo gli ritorna in mente l'incubo che l'ha svegliato di soprassalto: si era trovato in un bar che non conosceva, stava guardandosi attorno per capire dove si trovava quando vide Laura, la sua fidanzata, seduta ad un tavolino.
Decise di raggiungerla, ma si fermò quando vide che seduto al suo fianco c'era un uomo, e gli si gelò il sangue quando questi la baciò sulla bocca, dapprima scherzosamente, poi con sempre maggiore passione.
Non era possibile! Laura, la sua fidanzata, la ragazza che gli era stata sempre fedele! No dev'essere un sogno! E nel sogno Matteo si diede un pizzicotto, per tornare alla realtà che conosceva, ma l'altro uomo non sparì, anzi si fece più audace con la sua Laura, abbracciandola in vita, passandole le mani sulla schiena.
Non può essere! Adesso sicuramente lei gli darà una sberla! Ed invece Laura dimostrò di apprezzare notevolmente le avanches dell'uomo, limonando con la stessa passione.
A quel punto Matteo non sapeva più che fare, per un attimo aveva pensato di voler sparire per sempre, talmente si era depresso, poi decise di tornare a casa e parlare il giorno dopo con Laura.
La fidanzata gli tolse però l'imbarazzo della scelta quando si allontanò con l'uomo: Matteo non ebbe dubbi e volle seguirli.
Stava sempre alcune decine di metri dietro a loro e rimuginava la sua vendetta mentre li osservava abbracciarsi teneramente come due fidanzatini.
Traditrice, pensava, devo fargliela pagare! ma la sua mente era molto occupata nel cercare di capiere la direzione di quei due, e questi erano pensieri vaghi in essa.
Li vide camminare a piedi sul marciapiede di una strada di città.
Eravamo sedute sui gradini nel giardino di casa mia.
Era mezzanotte passata.
Maggio filava verso la sua fine.
Faceva caldo.
A Kavala la primavera è sempre calda e umida.
Nel buio sentivo lo stormire del fogliame.
Il respiro del vento sulle fogle e sul mio volto.
Che strana prova che sono ancora viva.
Non parlavamo più.
Avevamo parlato troppo.
Avevamo bevuto un po'.
Quel ti amo che ultimamente esisteva sospeso tra di noi ora si era fatto ancora più forte, più tangibile.
Forse per l'alcool che avevo bevuto, forse per il vento e le foglie e le fragranze del giardino.
Per il suo profumo che sentivo nel buio.
Per il calore della sua spalla appoggiata alla mia.
Mi alzai e barcolando leggermente andai a prendere il cd player.
Ho messo il suo ultimo album.
Besame mucho como si fuera esta noche la ultima vez.
Che invito superfluo.
Certo che volevo baciarla.
In questi ultimi giorni non pensavo ad altro.
Oye la confesion de mi secreto.
Mi voltai verso di lei.
Indossava un vestito che le lasciava le braccia e le spalle scoperte.
La pelle, bianca e liscia, le brillava leggermente nel buio, come se avesse assorbito le miti luci del mio giardino notturno.
Le ho messo la mano sul braccio.
Delicatamente.
Le accarezzai la spalla.
Musica argentina.
Paglia per pamele.
Ritrovarsi altrove, lusinghiera idea.
L'amore omosessuale.
Che tormento.
Che delizia.
E se l'avevo frainteso? I suoi sguardi fugaci e timorosi.
Le lunghe pause di silenzio.
E se la disgustavo? Mi ero guadagnata la sua amicizia e non è stato facile.
E se la perdevo? E se ingannavo la sua fiducia?.
Ma non importava.
Tanto la sua amicizia non mi bastava più.
La abbracciai.
E sarà un'altra acrobazia.
Un'alchimia di possibilità.
Magia di fisarmonica e di notte.
La baciai sul collo.
Molto leggermente.
La sentii tremare.
Come se si risvegliasse.
Mi appoggiò la testa sulla spalla
Era ormai arrivato al culmine del piacere.
Sentiva che stava per esplodere e, facendola rallentare, le tenne ben stretta la testa, stringendole i capelli con una mano, contro il proprio bacino e le venne in bocca.
Gli piaceva un sacco inondarle la bocca col proprio sperma.
Vederla quasi in difficoltà ad ingoiare tutto quel ben di Dio.
E continuare a venire e sentirla poi leccare le ultime gocce dalla punta del pene.
E farglielo tenere ancora in bocca un pochino perché ci voleva qualche secondo prima che diventasse definitamente floscio.
La alzò poi dalla sedia e, vederla con quell'espressione così persa, lo eccitò ancora.
Le mise la lingua in bocca e la baciò così appassionatamente che a lei quasi mancò il respiro.
Considerato poi che negli ultimi minuti di respiri ne aveva potuti fare ben pochi, stava quasi soffocando.
Sentì il gusto del proprio sperma sulla bocca di lei ma questo non gli dispiacque.
Non che gli piacesse, aveva un gusto abbastanza neutro per lui, ma forse alle donne piaceva molto di più.
E lei non l'aveva certo sputato! Prese poi ad accarezzarla in mezzo alle gambe mentre ancora la baciava sul viso.
Sentì che lei si lasciava fare qualsiasi cosa ormai e, apertale bene le gambe, le titillò con le dita il grilletto mentre lei continuava a gemere per il piacere.
Le infilò dapprima due dita nella figa.
Era veramente molto bagnata.
Iniziò ad andare su e giù simulando una penetrazione e poi si fermò per titillarla ancora.
Ogni volta che si fermava e la toccava così, lei aveva un ulteriore spasmo di piacere.
A lui piaceva sentirla fremere tra le sue mani.
Poi le infilò tre dita, e subito dopo quattro.
La sentiva sempre più eccitata e, quando la titillava, lo faceva sempre più velocemente.
Sembrava che lì dentro potesse entrarci tutta la mano, ma non ci provò, sentendola quasi chiudersi per il piacere che stava provando.
Aumentando il ritmo, la vide quasi al limite del piacere e, dopo un poco, lei iniziò ad avere dei forti spasmi al ventre.
Stava venendo.
Eccome! Continuando ad accarezzarla dentro e fuori, lei continuò a venire.
Cercava con una mano di farlo smettere, ma ci riuscì solo dopo qualche secondo.
Vuoi farmi impazzire per il piacere? Gli chiese lei.
Si! Fu la sua risposta.
Arrischio a congiungere le cosce.
Lei attanaglia le mie ginocchia con le mani tenendole scostate con la forza delle braccia.
- Basta.
basta.
ti prego.
ti prego.- imploro.
La sua abnegazione non ha fine.
Mi spoglio delle residue difese e mi abbandono in maniera definitiva al potere delle sue labbra.
Il cuore mi pulsa in maniera disordinata, sono confusa.
Monica è insaziabile, il ritmo forsennato con cui mi sta leccando la passera mi riempie di sudore in tutto il corpo eccitandomi a dismisura.
- Ancora.
ancora.
- Vengo.vengo.
- Sì.
sì.
è bello.
è bello.
- Godo.
godoo.
godoooo.
Mi tuffo nella sua fica cingendola d'assedio.
Divarico le labbra per abbeverarmi del nettare che fuoriesce copioso dalla piccola fessura e di cui vorrei ubriacarmene fino a stare male.
Scivolo con la lingua nell'intimità del suo corpo stimolando con l'estremità il suo clitoride, decisamente più in carne del mio.
Passo la lingua sulla sommità del corpo erettile ungendolo di saliva, dopodiché assalto la radice e inizio a spompinarlo per intero fino a eclissarmi con la bocca in tutti i suoi recessi.
Lei ha una serie di orgasmi multipli molto più intensi rispetto a quelli che ha procurato a me in precedenza.
Mi compiaccio nel sentirla fremere di piacere, sentirla urlare in questo modo mi illude di avere assimilato lo stesso suo potere, ma so che non è così.
Monica incrocia le cosce fra le mie e inizia a sfregare il clitoride sulle labbra della mia fica.
In perfetto accordo trasciniamo i nostri clitoridi, ritti e turgidi, uno sull'altro.
Monica ha il sopravvento su di me e mi conduce a una danza che ormai conosco bene e mi eleverà all'estasi erotica.
Sto per addentrarmi in questo delirante piacere quando l'uscio della porta si apre e non siamo più sole.
- Troie! - strilla una voce maschile che credo di conoscere molto bene.
Riprendiamo a strofinarci infischiandocene di tutto e di tutti, consce che la vita è breve e non bisogna negarsi nulla.
Passarono davanti al parco di una villa, davanti a una biblioteca, davanti a una chiesa e improvvisamente riconobbe quei luoghi: era un quartiere periferico della sua città, lo conosceva perchè ci abitava Giorg.
C*!:o Giorgio, il suo migliore amico, adesso riconosceva anche l'uomo che accompagnava Laura: era il suo migliore amico.
Si sarebbe preso a schiaffi da solo: tradito così impunemente senza accorgersene.
Si aggrappava ormai soltanto all'esile speranza che non scopassero insieme, ma era un debole appiglio.
I due davanti svoltarono per entrare a casa di Giorgio, una bella villetta immersa in un ricco giardino di quella zona residenziale.
Senza farsi vedere entrò anche lui nel giardino e andò a sistemarsi vicino a quella che sapeva essere la finestra della camerea di Giorgio, nascosto dietro un albero: se doveva esserci del movimento, sarebbe successo lì! I fatti gli diedero ragione: dopo qualche minuto vide Laura e Giorgio entrare in quella stanza, tenendosi abbracciati stretti stretti; appena entrati l'uomo la strinse per le natiche sollevandola da terra ed appoggiandola allo stipite della porta.
Continuò a baciarla mentre lentamente la faceva scivolare lungo lo stipite, tenendole le mani sulle cosce e facendole scivolare verso l'alto la gonna.
Matteo non poteva sentire niente da lì, ma poteva immaginarsi i mugolii di piacere di Laura, per quanto la conosceva e per quanto poteva vedere.
La vide aggrapparsi con forza al collo di Giorgio mentre scendeva sempre più giù.
Quando la gonna fu completamente alzata Giorgio con un colpo secco le fece scendere le mutandine ai piedi.
Matteo veddeva Laura chiaramente in estasi, mentre si lasciava andare e si inginocchiava a terra, davanti a Giorgio, aprendogli i pantaloni e tirandogli fuori il cazzo fortemente in tiro: lo guardò pochi secondi, spostando la testa ora a destra ora a sinistra con espressione ingenua, seguita attentamente dall'uomo che la teneva per i capelli, poi con decisione aprì la bocca e lo lasciò entrare completamente in.
Letizia che aveva previsto di dormire soltanto alcune notti con il figlio dimenticò i suoi piani e continuò a frequentarlo come se fosse diventato suo marito.
La bocca, il sedere, la fica, le tette, le mani.
Supina, di fianco, bocconi, a pecora, di sponda, a smorzacandela.
A volte portava degli schiavi, di entrambi i sessi, reclutati in un lupanare di lusso, dove lavoravano come professionisti, che la aiutavano a trasportare Valerio nel cielo di Venere.
Valerio era assolutamente e indissolubilmente legato a quella carne lasciva e le rare volte che vedeva Filomena, data la trasformazione ormai avvenuta della vita attiva dal giorno alla notte, la trovava un po' insulsa e sciatta e comunque abbondantemente al di sotto della donna appassionata che si rivelava essere di notte, non stette a pensarci troppo però, attribuendo quella attitudine alla stanchezza derivata dalle interminabili sedute notturne.
Anche io sono stanco , le disse un giorno, con una aria maliziosa che Filomena capì e fu costretta a condividere, per la paura di essere mandata a Piazza Armerina a fare la schiava rustica.
Qualche tempo prima, durante l'intervallo di tempo che andava dalla cacciata dal letto di Letizia alla frequentazioni notturne di Filomena, Valerio aveva stretto un rapporto con Andrea che era un adepto di una nuova misteriosa religione.
Andrea faceva propaganda del nuovo culto fra i ceti elevati a causa del fatto che era una persona colta e istruita e forse di origine nobile egli stesso, anche se non parlava mai di sé.
Di lui si diceva che fosse in grado di evocare spiriti e produrre miracoli.
Valerio lo conosceva già, perché era molto tempo che la sua casa era una tappa del giro consueto di Andrea, ma non era mai stato a sentire seriamente i rimproveri che Andrea faceva ai ricchi che disperdevano la loro vita nei piaceri della carne, né si era mai troppo interessato a un certo fuoco che il dio di Andrea avrebbe spedito sulla terra per rinnovare il mondo e distruggere i malvagi.

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